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venerdì, novembre 20, 2009

Soutè di cozze "à la grecque"

In queste tiepide giornate romane ho approfittato del mio balcone per pranzare fuori e per godermi gli ultimi scampoli di sole prima dell’arrivo dell’inverno. Ho preparato così qualcosa che ricordasse le vacanze in Grecia ed i pranzi in riva al mare... in particolare la scelta è caduta su un soutè di cozze, che ho assaggiato in un posto vicino Methoni (località sul Golfo Thermaico a ovest di Salonicco) famoso appunto per l’allevamento di cozze!

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Incredibile a dirsi ma sino ad una trentina di anni fa, se si voleva mangiare cozze in Grecia si doveva andare nei pressi di Salonicco, a Kavala o in Calcidica oppure in un ristorante ateniese gestito da greci dall'Asia Minore; questi mitili erano infatti pressoché ignoti nel resto del Paese, poiché non crescono "selvatici" nell'Egeo, ma preferiscono le spiagge del nord-est del Paese, specialmente nei pressi del delta di un fiume o in luoghi con forti correnti che sono ricche di phytoplankton, di cui si nutrono.
In particolar modo le cozze “selvatiche” erano molto amate dagli abitanti delle coste turche dell’Egeo, che le mangiavano in vari modi... al vapore, fritte, con il riso o ripiene. Fu così che i greci, che nel 1922 dovettero abbandonare la Turchia, le introdussero in Grecia, in particolar modo in Macedonia e in Tracia, dove molti di loro si erano stabiliti.
Da allora l’allevamento delle cozze si è molto sviluppato in Grecia, che oggi, insieme alla Spagna, è uno dei maggiori esportatori nel nostro Paese. Il loro successo è dovuto soprattutto al rapporto alto di carne (succulenta e dal bel colore arancione) per mitile e di liquido.
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Ingredienti: 1 Kg di cozze, 5 cucchiai di evo, un cucchiaio di farina, una grossa carota, una grossa costa di sedano, il succo di un limone, un peperoncino fresco, sale.
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Pulite e lavate le cozze, mettetele in una casseruola, coperchiatele e ponetele sul fuoco per 5-6 minuti. Una volta che saranno aperte, toglietele dal guscio e mettetele da parte. Filtrate il loro liquido e mettetelo da parte. Fate soffriggere sedano e carota, tagliati a brunoise, in un tegame per qualche minuto; aggiungete la farina e mescolate bene. Versate il liquido e lasciate che si ritiri e si addensi. Infine aggiungete le cozze ed il succo di limone. Cuocete per altri 2-3 minuti. Servite con fettine sottili di peperoncino fresco.

giovedì, ottobre 11, 2007

Il giro della Grecia in punta di forchetta: le Cicladi


Quest’estate, già prima dell’inizio delle vacanze, avevo una gran voglia di esplorazioni enogastronomiche. Ho preparato i bagagli ed ho dato il via alla mia tourné gourmet. Obiettivo? Scoprire le migliori specialità locali.
Nella cucina cicladica l’influenza eneta è evidente. Durante gli anni le cuoche isolane hanno trovato le modalità più facili per sfruttare al meglio la pochissima materia prima delle loro terre quasi secche. Da nessuna parte ho sentito così intensamente lo spirito dell’austerità, quanto nelle aride isole dell’arcipelago delle Cicladi. Per percepire tali invenzioni semplicistiche, è necessario che qualcuno spalmi sul pane un’insalata di sedano aromatizzata con capperi, cipolla secca e aglio, specialità dell’isola di Siros. Sarebbe necessario, almeno una volta, assaggiare le frittelle di finocchio a Tinos o le polpette di ceci a Sifnos.
Gli insaccati delle Cicladi, come pure i loro formaggi, hanno un sapore che viene inciso in maniera incancellabile nella memoria, come un tramonto sulle strade di Delos o di fronte alla caldera del vulcano di Santorino.
Non è semplice parlare delle quasi venti isole ed isolette che formano l’arcipelago delle Cicladi e delle specialità locali, ma vorrei raccomandare ai futuri viaggiatori ed avventurieri di non andar mai via senza aver prima assaggiato la pita di cipolle a Mikonos, il coniglio con l’origano a Tinos, lo sgombro con i capperi a Siros e le omelette di fave a Santorino.
In questi luoghi i dolci sono anch’essi, per la maggior parte, semplici. Sfruttano al meglio le risorse locali e sono a base di mandorle, di poca frutta e di miele. C’è l’abitudine, inoltre, di preparare dolci sciroppati come il cocomero di Ios ed il fico croccante di Tinos.
In poche parole i sapori della cucina regionale di queste isole fanno sì che tutti coloro che li proveranno racconteranno di un’esperienza gastronomica indimenticabile.
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Sardine in foglie di vite con salsa alle olive verdi
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Ingredienti per la salsa: 400 gr di olive verdi snocciolate, 2 spicchi di aglio ridotti in polpa, due ciuffi di coriandolo, 400 ml di olio extravergine di oliva, sale e pepe.

Ingredienti per il pesce: 18 grandi e fresche sardine, 18 grandi foglie di vite, 4 cucchiai di olio, il succo di mezzo limone, sale affumicato e pepe.

Mettiamo nel mixer tutti gli ingredienti per la salsa (facendo attenzione che non diventi troppo cremosa), tranne il coriandolo che triterete a parte con il coltello e che aggiungerete quando la salsa è pronta. Puliamo e laviamo le sardine, avvolgiamone ognuna con una foglia di vite. Ungiamole con l’olio ed insaporiamole con sale e pepe. Cuociamo le sardine in una padella antiaderente un paio di minuti per ogni lato. Serviamo le sardine con una spruzzata di limone e con un po’ di salsa di olive.

mercoledì, maggio 16, 2007

I sette vizi capitali: Accidia


E io ch'avea d'error la testa cinta,
dissi: «Maestro, che è quel ch'i' odo?
e che gent' è che par nel duol sì vinta?».
Ed elli a me: «Questo misero modo
tegnon l'anime triste di coloro
che visser sanza 'nfamia e sanza lodo.
Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.
Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch'alcuna gloria i rei avrebber d'elli».
E io: «Maestro, che è tanto greve
a lor che lamentar li fa sì forte?».
Rispuose: «Dicerolti molto breve.
Questi non hanno speranza di morte,
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che 'nvidïosi son d'ogne altra sorte.
Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa».
(Inf. III, 31-51)
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Il termine, che deriva dal greco ακηδία (akidia), designa la negligenza, l'indifferenza, la noncuranza, il torpore e l’indolenza... indica, inoltre, l'abbattimento, lo scoraggiamento, la prostrazione, la stanchezza, la noia e la depressione dell'uomo di fronte alla vita.
Più che un peccato io lo considero una malattia… uno smarrimento totale, che ci fa perdere l’interesse per le cose importanti della vita. Tutto appare come un peso troppo grande da sopportare, come una fatica immane che proprio non si ha la forza. la volontà… il coraggio di superare. Si sprofonda così nell’ozio, si lasciano le proprie occupazioni, gli interessi, ci si lascia andare ad una vita amorfa, abulica e trascinata.
Voglio, infine, concludere la carrellata dei vizi con un racconto proprio sull’accidia, cha ha origine nell’isola di Kastellorizo (quella in cui è stato girato il film Mediterraneo, di Salvatores) e che ha per protagonisti un pigro… ed i paximàdia (un tipo di pane biscottato, simile alle nostre friselle, e che si mangia bagnato con acqua o brodo)!
C’era una volta un uomo che temeva il lavoro come il diavolo e che era così pigro che se gli si dava del cibo mangiava, altrimenti sarebbe potuto anche morire di fame. Una sera dopo che non era riuscito ancora a mettere niente in bocca, decisa di fingersi morto pur di non dover andar a lavorare… Pensò che era meglio farsi seppellire da vivo piuttosto che lavorare. I vicini, che lo videro steso sul letto, immobile, pensarono davvero che fosse morto e così gli organizzarono il funerale. Mentre lo portavano al cimitero, una donna che lo conosceva esclamò: “Poveretto! Dev’essere morto di fame. L’avessi saputo ieri, gli avrei portato un po’ di paximàdia che ho in casa”. Il pigro, che da dentro la cassa aveva sentito, gridò: “Buoni i paximàdia! Ma me li avresti dati secchi o li avresti bagnati?”… “Secchi” rispose la donna. “Allora tirate dritto al cimitero!” replicò il pigro, che preferì farsi seppellire vivo piuttosto che bagnarsi i paximàdia!
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Paximadia d’orzo con insalata di mare
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Ingredienti: 1 tazza di olio extravergine di oliva, 2 cipolline fresche tritate, 2 spicchi d’aglio sminuzzati, 1 kg di cozze, 2 ½ tazze di vino bianco, 12 gamberi sgusciati, 225 gr di cappesante divise in quattro, 450 gr di calamari piccoli tagliati a pezzetti, ½ tazza di succo di limone, ½ tazza di olive nere snocciolate e tagliate a fette, 1 tazza di cuore di sedano tagliato a fettine sottili, ½ tazza di cipollina fresca tagliata a fettine oblique, ⅓ tazza di brodo di pesce, ½ cucchiaino di zucchero, 2 cucchiai di prezzemolo, 2 cucchiai di menta, 2 cucchiai di aneto, 225 gr di polpa di granchio, 6 paximàdia d’orzo o in alternativa 6 freselle, sale e pepe bianco.
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In un capiente tegame, scaldiamo un cucchiaio di olio a fuoco medio. Aggiungiamo le cipolline tritate e l'aglio. Facciamo soffriggere per un minuto, versiamo le cozze ed annaffiamo con il vino. Alziamo il fuoco, coperchiamo, e lasciamo cuocere per 5 minuti, cosicché le cozze si aprano. Togliamo il tegame dal fuoco e mettiamo le cozze aperte in un piatto a raffreddarsi. Rimettiamo il tegame sul fuoco, abbassiamo un poco la fiamma e versiamoci i gamberi, i calamari e le cappesante e lasciamo cuocere per qualche minuto. Con una schiumarola raccogliamo il pesce e mettiamolo a raffreddare in un piatto. Filtriamo il brodo del pesce e teniamone da parte ⅓ di tazza. Sgusciamo le cozze. In una ciotola versiamo l’olio, il succo di limone, le olive, il sedano, la cipollina fresca, il brodo lo zucchero e le erbette. Saliamo e pepiamo. E mescoliamo tutto leggermente. Versiamoci le cozze ed il pesce. Mescoliamo e copriamo con della pellicola. Mettiamo a riposare in frigorifero per almeno 3 ore. Al momento di servire, bagnamo appena le 6 paximàdia. Le sistemiamo ognuna in un piatto, versiamo sopra qualche cucchiaio di insalata di mare e almeno un paio di cucchiai della loro salsa, in modo che le paximàdia si imbibiscano.

lunedì, maggio 07, 2007

L’affare… del sale

In questi giorni, in occasione del “saltexpò” di Napoli, si è tanto parlato del sale e dei suoi impieghi. Ma mai come nel Medioevo il sale ha rivestito tanta importanza… ha provocato guerre per il monopolio della sua commercializzazione ed ha determinato lucrosi introiti agli Stati.
Il sale era, infatti, un prodotto indispensabile non solo per ragioni di carattere alimentare. Non serviva solo ad insaporire le pietanze, ma era l’agente quasi esclusivo per la conservazione di alimenti deperibili. Gli animali di allevamento come mucche, capre e maiali ne sono ghiotti e la loro dieta era regolarmente integrata dal sale. Aveva anche importanti impieghi nell’industria tessile, nei processi di produzione del cuoio e della pelle, della maiolica e delle vernici, nell’affinazione di metalli preziosi, come l’oro e l’argento.
La fabbricazione del sale passava attraverso due fasi: si creava la salamoia, per dissoluzione o evaporazione, e da questa il sale, attraverso evaporazione e concentrazione. L’acqua marina contiene diversi sali, che precipitano nel corso del processo di concentrazione, per questo nelle saline è necessario creare una serie di bacini successivi, al termine dei quali si raccoglie il cloruro di sodio, isolato dagli altri sali. Una salina, fin dal Medioevo, era composta da tre serie di bacini protetti da una diga: il primo, il “morario”, accoglieva l’acqua marina in seguito all’apertura della diga e serviva da vasca di decantazione per trasformare l’acqua in salamoia, che passava in seguito nei “corbuli”, ove continuava a riscaldarsi ed evaporare, infine veniva immessa sui cristallizzatori alla “testa” della salina, su cui si eliminavano i sali nocivi.
Il lavoro nelle saline era duro. Per tale ragione, soprattutto il trasporto a spalla dei panieri ricolmi si sale veniva ritmato da filastrocche, che servivano a fare la conta dei panieri che si erano trasportati…
O cu l’ai salarrera
primavera la venna dui sunno
e cu av’aisare tri chi nn’ave
cu l’ai salamattu cuntu quattro
oi salatinto
e me l’abbattiti e avemu cinco…
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Spigola marinata con sale affumicato
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Ingredienti: 1 spigola da 1 Kg circa, 600 ml di olio extravergine di oliva, 150 ml di succo di limone, pepe rosa, sale affumicato.
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Laviamo, puliamo e sfilettiamo la spigola. Battiamo l'olio, il limone, il sale ed il pepe. Versiamo la marinata sul pesce, in modo tale che ne sia ben coperto. Mettiamo in frigorifero per 6-8 ore. Possiamo servire i filetti su un'insalatina di finocchi e cipollina fresca, condita con un filo d'olio e qualche goccia di tabasco.

martedì, febbraio 13, 2007

I sette vizi capitali: Ira


In la palude va c'ha nome Stige
questo tristo ruscel, quand' è disceso
al piè de le maligne piagge grige.
E io, che di mirare stava inteso,
vidi genti fangose in quel pantano,
ignude tutte, con sembiante offeso.
Queste si percotean non pur con mano,
ma con la testa e col petto e coi piedi,
troncandosi co' denti a brano a brano.
Lo buon maestro disse: «Figlio, or vedi
l'anime di color cui vinse l'ira;
e anche vo' che tu per certo credi
che sotto l'acqua è gente che sospira,
e fanno pullular quest' acqua al summo,
come l'occhio ti dice, u' che s'aggira.
Fitti nel limo dicon: "Tristi fummo
ne l'aere dolce che dal sol s'allegra,
portando dentro accidïoso fummo:
or ci attristiam ne la belletta negra".
Quest' inno si gorgoglian ne la strozza,
ché dir nol posson con parola integra».
(Inf., VII, 106-126)
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Nessuno, né Dio (nei confronti di Adamo), né Cristo (verso i mercanti del tempio), si è sottratto a questo sentimento...
L'ira è un sentimento che mette l’animo in conflitto con il mondo esterno o con se stesso, che ci fa perdere il controllo delle nostre azioni e che tira fuori da noi una componente irrazionale... per tale ragione, come ci ricorda Aristotele, non si deve confondere con l' odio, che è invece un sentimento razionale volto alla distruzione. Per Aristotele, tuttavia, "L'ira è necessaria; senza il suo apporto - senza che essa invasi l'anima e infiammi il coraggio - non è possibile affatto affrontare alcuna battaglia; ma bisogna farne uso opportuno, ponendola al nostro servizio e non viceversa... Arrabbiarsi è facile, ne sono tutti capaci, ma non è assolutamente facile, e soprattutto non è da tutti arrabbiarsi con la persona giusta, nella misura giusta, nel modo giusto, nel momento giusto e per la giusta causa" (Etica a Nicomaco). Dobbiamo quindi conoscere le nostre passioni e saperle controllare, ma non reprimerle, dobbiamo dar loro espressione... ma nella "giusta misura". Non è di questo parere, invece, Seneca, secondo cui l’ira, anche se controllata è sempre un male: “una passione sotto controllo non è altro che un male sotto controllo” (De Ira).
Io ritengo che l’ira sia un male solo se irragionevole, al pari dell’arrendevolezza e della magnanimità. L’ira “buona” è per me l’ira per zelum, di cui parla S.Tommaso, ossia quella che mossa da un profondo senso di giustizia, ci permette di sdegnarci del male commesso.
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Le lingue dell’iracondo (filetti di pagro in crosta di cocco piccante)
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Ingredienti: 800 gr di filetti di pagro, 2 peperoncini rossi sminuzzati, 4 cucchiai di salsa di soia leggera, 1 cucchiaio di coriandolo fresco tritato, il succo di 2 lime, 100 ml di nam-pla (salsa di pesce tailandese), 4 cucchiai di birra, 1 cucchiaio di olio extravergine di oliva, 40 gr di farina, 65 gr di maizena, 4 cucchiai di farina di cocco, olio di semi di girasole per friggere.

Tagliate i filetti in strisce di 2-3 cm di spessore. In una ciotola mettete metà del peperoncino, la salsa di soia, il coriandolo, il succo di lime e metà della nam-pla. Versate questa salsa sui filetti e lasciateli marinare per mezz’ora in frigorifero. Miscelate nel mixer il restante peperoncino, con l’altra metà di nam-pla, la birra, l’olio, la farina e la maizena. Aggiungete tanta acqua quanto basta a formare una pastella leggera. Lasciatela riposare per 10 minuti. In una padella profonda, fate scaldare bene l’olio. Togliete i filetti dalla marinatura ed immergeteli uno per uno nella pastella, in modo che ne siano avvolti, panateli con la farina di cocco, immergeteli nell’olio bollente e friggeteli un poco per volta, per qualche minuto, finché siano dorati e croccanti.

Potete servirli con del riso jasmine cotto al vapore, condito con un po’ di salsa nam-pla e guarnito con foglie di coriandolo e fette di lime.

mercoledì, dicembre 06, 2006

Cucina tradizionale... un mare di sapori

La cucina non interpreta il mondo come l'arte e dà un'altra versione della grande questione filosofica del tempo, in quanto lo annulla. Cucinando le ricette delle nostre nonne teniamo nelle mani almeno cent'anni. Li teniamo! Li tocchiamo! Cucinando, gli attimi si ripetono e si immortalano su un tavolo durante il pasto.
Roland Barthes nel libro Psicosociologia dell'alimentazione dice: "alla fine il cibo perderà in sostanza e guadagnerà in funzionalità [...] ma all'interno della severità del contrasto tra il lavoro ed il rilassamento, è in pericolo la funzione festosa della cucina tradizionale".
La cucina "casareccia" di un tempo assorbiva la sua forza prima dal cuore e poi dagli ingredienti umili, ed aveva lo scopo di avvicinare e di trasportare amore e calore.
La cucina tradizionale trasporta il gusto dalla superficialità cosmopolita e la fa atterrare sui sensi e sui sentimenti. E' l'onda muta dell'oceano che affronta la quotidianità in modo profondo e leggero assieme.
L'arte del cuoco-sciamano eccita il corpo e rilassa il cuore.
Spunto di questo post è stata l'ultima ricetta proposta dalla Cuocarossa.
Prometto di tornare sull'argomento della cucina tradizionale perché la rivoluzione gastronomica è ante portam.
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Spinaci, riso e orata
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Ingredienti: 100 gr di porri finemente tagliati, 100 gr di cipolline fresche finemente tagliate, 500 gr di spinaci puliti e tagliati, 150 gr di riso, 1 e 1/2 Kg di orate sfilettate, 100 ml di vino bianco, 100 ml di acqua, 60 ml di olio extravergine di oliva, 1 mazzetto di aneto finemente tritato, un piccolo mazzetto di menta finemente tritata, 1 mazzetto di finocchietto, il succo di 1 e 1/2 limone, sale e pepe.

Soffriggiamo i porri e la cipollina fin quando si appassiscono. Alziamo la fiamma ed aggiungiamo gli spinaci, lasciando che tutta l'acqua che rilasciano si assorba. Aggiungiamo il riso, e dopo un minuto l'acqua ed il vino. Abbassiamo la fiamma, coperchiamo e lasciamo cuocere per 25 minuti. Quando il riso è cotto, lo togliamo dalla fiamma, aggiungiamo le erbette, il succo di limone, saliamo e pepiamo. Tagliamo i filetti di orata in circa 20 filettini, li saliamo e pepiamo e li facciamo soffriggere in po' di olio, un paio di minuti per lato.

domenica, novembre 12, 2006

Non esiste arte senza coercizione come non esiste godimento senza ribellione

Nel 1765 il Parlamento di Parigi (che all’epoca aveva anche competenze giuridiche) si occupò di un caso clamoroso. Un tizio, di nome Boulanger, possedeva un locale (il termine restaurant si affermò più tardi, nel 1786), ove serviva ai suoi clienti esclusivamente pollo lesso e carne con il loro sugo. Un giorno Boulager decise di arricchire il suo servizio verso la clientela e iniziò a cucinare zampette di agnello con la sauce paulette (a base di uova e limone).
A questo punto è doveroso ricordare che il periodo prerivoluzionario francese era il paradiso delle corporazioni. Nessuno poteva applicarsi ad un qualsiasi tipo di attività, se prima non veniva accettato dalla propria corporazione, ed ogni membro di questa doveva esercitare la professione all’interno di severissime regole, senza avere la possibilità di ampliare i “campi d’azione”.
Non appena, allora, la corporazione dei cuochi, coloro cioè che avevano il diritto esclusivo di vendere cibi cucinati (i cosiddetti ragù, in Francia), si informò sulle nuove attività di Boulanger (membro della corporazione dei produttori di bollito) attivò contro di lui una guerra giuridica senza pietà, accusandolo di vilipendio nei confronti della professione dei cuochi.
Il caso arrivò infine, come abbiamo visto, alla corte suprema, cioè al Parlamento, che cercò dopo una serie di riunioni di dare una soluzione a questo problema giuridico di difficile giudizio: se, cioè, la sauce paulette fosse una salsina all’interno della quale venivano cucinate le zampette di agnello (quindi ci si sarebbe trovati di fronte ad un cibo cucinato – ragù) o al contrario la sauce paulette fosse una preparazione a parte, che veniva versata sopra le zampette di agnello dopo la loro bollitura (quindi ci si sarebbe trovati di fronte ad un bollito, anche se “arricchito”).
La corte, alla fine, diede ragione a Boulanger, riconoscendo che la sua sauce paulette era una salsina, cioè un prodotto liquido che si versava sopra il piatto principale dopo il completamento della sua preparazione. E naturalmente decise che non ci fosse stata da parte di Boulanger una volontà di usurpazione dei privilegi della corporazione dei cuochi.
La preparazione culinaria di Boulanger richiamò a tal punto l’interesse gastronomico della società parigina – cosa abituale, d’altronde, in una società che si occupava di questioni serie -, così che questi, nonostante le sue umili origini e la modestia dei suoi ingredienti, irruppe anche nelle sale dei palazzi reali.
Nei nostri tempi, da quanto so, i tribunali non si sono ancora occupati di questioni simili. Salsine come quella inventata da Boulanger sono state ampiamente acquisite dalla nouvelle cousine. Immagino che sia semplice capire il perché queste non siano state acquisite dalle cucine regionali. Una cucina regionale, solidamente ancorata alla percezione della chiarezza estetica (visiva e gustativa), alla sobrietà espressiva e all’unità dei capitoli dei sapori, difficilmente si concilia con le salsine, la funzione delle quali consiste nella produzione di sapori intensi e complessi, differenti dal solito prodotto finale. Per questo le pochissime salse utilizzate dalle cucine regionali sono straordinariamente discrete e non sottraggono l’”innocenza” alla cucina casareccia.
Io, nel pieno possesso delle mie facoltà, sospinta da Brillat-Savarin e come novello Boulanger, sfido... abbinando una pietanza classica del Dodecaneso, lo spiedino di pesce (rigorosamente servito solo con olio e limone), con una salsa a base di zafferano... le corporazioni!
... le cose devono cambiare, se vogliamo che restino le stesse, in quanto non esiste arte senza coercizione e non esiste godimento senza ribellione.
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Spiedini di sarago con maionese allo zafferano.


Ingredienti per gli spiedini: due saraghi di 500 gr circa ciascuno sfilettati e senza pelle, 20 semi di coriandolo pestati, 20 grani di pepe bianco pestati, 3 cucchiai di origano fresco sminuzzato, sale, olio extravergine di oliva.

Ingredienti per la maionese allo zafferano: 2 tuorli, 1 gr di pistilli di zafferano fatti ammorbidire in 2 cucchiai di acqua per 2 ore, ½ spicchio di aglio ridotto in pasta, 1 cucchiaio di mostarda, 200 ml di olio extravergine di oliva, 1 cucchiaio di aceto di vino rosso, il succo di ½ limone, sale e pepe bianco macinato fresco.

Tagliamo ogni filetto in 4 o 5 listarelle. Infiliamo ogni filettino in uno spiedino (disponendolo a zig-zag). Intingiamo ogni spiedino nell’olio, saliamo e cospargiamo con il pepe, l’origano ed il coriandolo. In una ciotola battiamo con una frusta i tuorli con la mostarda e l’aglio. Versiamo poco a poco l’olio continuando a battere, fin quando l’olio venga ben “assorbito” dalle uova creando una crema. Alla fine aggiungiamo, sempre continuando a battere, lo zafferano con la sua acqua, il limone, l’aceto, il sale ed il pepe.Grigliamo gli spiedini in una padella ben calda mezzo minuto per ogni lato. Serviamo un poco di maionese in una tazza, infilando in un angolo due o tre spiedini.

giovedì, settembre 28, 2006

La trasformazione di una creazione spirituale in sensazione gustativa: Zeus olimpio

D’oro e avorio costruito, potente dominatore del “Dodecatheo” – nel tuo sguardo torvo si riflette la paterna dolcezza e tenerezza. E tu, padre degli dei, tuonante e saettante, aquila d’Olimpo – trattieni la Niki, dea alata, in uno dei tuoi palmi e nell’altro consolidi la tua dominanza sulla terra con lo scettro d’oro. Splendente onore allo scultore ateniese – Fidia di nome, ma figlio di Zeus nell’anima – che illuminò il tuo tempio con il dorato riflesso della tua statua. Sul trono seduto, con il diadema di ulivo in cima alla tua testa, osservi i credenti senza voce, che con gli occhi bassi evitano d’incontrare il tuo sguardo. Ed è il tuo trono unico, scolpito con pietre preziose, avorio ed ebano, lucidato da maestri illustri. Tocchi quasi il soffitto del tempio, ma anche se immobile resti, pronto sei a volare di nuovo sull’Olimpo – riempiendo d’oro la valle fertile della Tessaglia.
Padre di metallo, Hellinas nell’animo – ai tuoi piedi mi prostro, i ben scolpiti tuoi sandali a toccare. (B.M.)
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Lachanodolmades (involtini di verza) ripieni di scampi con salsa al curry.
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Ingredienti: 1 verza di media grandezza, 400 gr di scampi sgusciati, 50 gr di cipolla, 100 gr di salsa di pomodoro, 50 ml di olio extravergine di oliva, burro, 1 cucchiaio di farina, 1 cucchiaino e ½ di curry, sale e pepe.
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Facciamo soffriggere la cipolla nell’olio ed quando si ammorbidisce aggiungiamo gli scampi finemente tritati. Aggiungiamo la salsa di pomodoro, il sale ed il pepe. Facciamo cuocere per 5 minuti e togliamo dal fuoco. Poniamo la verza in acqua bollente per due minuti. Togliamo le foglie una ad una dal gambo e poniamo in ognuna un po’ del ripieno, avvolgendoli poi a forma di dolmas (involtini). Li mettiamo in una pentola aggiungendo acqua e sale e li facciamo bollire per 10 minuti. Facciamo bollire le teste degli scampi in una pentola con due bicchieri di acqua e nel brodetto ottenuto, una volta tolte le teste, aggiungiamo del curry. In un pentolino facciamo sciogliere il burro, uniamo un cucchiaio di farina, amalgamiamo e versiamo un po’ per volta il brodetto al curry, girando continuamente man mano che si addensa ed evitando così che si formino dei grumi. Serviamo i dolmades versandoci sopra un po’ di salsa.

mercoledì, settembre 20, 2006

La trasformazione di una creazione spirituale in sensazione gustativa: Il Colosso di Rodi


A te, o Sole, i Rodii dedicarono questa statua bronzea che raggiunge l’Olimpo, quando le onde della guerra placasti, e coronarono la loro città con le spoglie dei nemici. Per dodici anni le mani di Chares plasmarono le placche che a poco a poco generarono il tuo corpo. Il luccichio della tua fiaccola, gioiello del porto, sul promontorio orientale, riflette l’orgoglio dei Rodii guerrieri – simbolo di unità e di libertà.
Così ti copiarono i Franchi secoli dopo, nella Statua della Libertà.
Dono dei Tolomei, durasti solo mezzo secolo – prima che il tremore della terra ti mandasse sul fondo del porto d’ingresso, come un guerriero ferito che aspetta aiuto. Ma anche allora, Colosso, anche quando caduto supino sulla dura terra, distese le tue membra infrante, eri una meraviglia, e Plinio questo descrisse. Per mille anni ti sei addormentato dopo, forte segno dell’antichità che ha nutrito con le sue viscere le nuove civiltà – prima che ti svendessero arabi ed ebrei nei bazaar della Siria per il tuo umile metallo. E su 900 cammelli sei partito un primo pomeriggio e le tue tracce non sono rimaste tranne che negli scritti, ove stupefatti viaggiatori registrarono su papiri . Ma il Colosso, sinonimo dell’ipermetro gigante, resta ancora nelle nostre anime e s’innalza dentro di noi ad ogni riferimento a Rodi e al mare Egeo. (B.M.)
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Gamberi con salsa di rape rosse.
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Ingredienti: 800 gr di gamberi sgusciati, 500 gr di rape rosse lessate, 300 gr di cipolle, 200 gr di porri finemente tagliati, 1 spicchio di aglio, 150 ml di crema di latte, 250 ml di vino bianco, aceto balsamico, olio extravergine di oliva, sale e pepe.
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Facciamo soffriggere in una casseruola l’olio con la cipolla tritata, aggiungiamo i porri e spegniamo tutto con il vino, aggiungiamo anche le rape e continuiamo a far cuocere per altri cinque minuti. Poniamo tutto il contenuto della casseruola in un mixer e frulliamo fino ad ottenere un puré. Rimettiamo il puré nella casseruola aggiungendo la crema di latte. Aggiustiamo con sale e pepe.In un tegame facciamo soffriggere lo spicchio di aglio finemente tritato con l’olio e scottiamo i gamberi da entrambe i lati. Spegniamo con un po’ di aceto balsamico. Mettiamo un po’ della salsa sul fondo del piatto e vi adagiamo sopra i gamberi.

giovedì, agosto 31, 2006

La trasformazione di una creazione spirituale in sensazione gustativa: Il Faro di Alessandria

Un paesaggio [...] è la proiezione dell’anima di un popolo sulla materia”, così lo definì anni fa Odysseas Elitis (I Pubblici ed i Privati).

Però anche un piatto penso sia il paesaggio sul quale il cuoco proietta la sua anima, per comunicare con le anime di coloro che sono stati iniziati o meno e che invita ad assaporare.
Un piatto è un paesaggio! Qualche volta è pure un tentativo – non rilevante dal punto di vista gustativo – di un gioco di ingredienti. Forse non merita neanche di essere assaggiato. Però, ha come dire? Qualcosa da uno spunto storico, con vista sul mare, un po’ di chiaro di luna impresso su un cristallo di sale, due cucchiaiate di olio, poche lacrime di limone...
Questo dialogo anima-materia, spirito-ingredienti, desiderio-beni, che eternamente ritorna, è la ruota motrice della civiltà dell’alimentazione. Questo dialogo ha iniziato ad affliggermi i pensieri fin da quando ho iniziato a leggere un saggio sulle Sette Meraviglie del mondo. Ogni volta che si nominava una di essa mi dicevo: “qui c’è gusto”, ed ognuno di esse si animava come Pinocchio ed incominciava a generare sensazioni.
Così mi è venuta l’idea di dedicare un inno ad ognuna delle Sette Meraviglie, associandolo ad un piatto che sia pieno della sensualità del passato, immesso in una struttura equilibrata, quasi classicista, metafora della maestria del costruttore dell’opera. Insomma, in tal modo ho pensato di poter così assaggiare una ad una le Sette Meraviglie! E questo è già abbastanza, raggiunge l’eccesso. Il resto è hybris (oltraggio)...
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Inno al Faro di Alessandria
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Sostrato, figlio di Dexifane di Cnido, ti dedicò agli dei salvatori, Castore e Polluce, a favore di coloro che navigano nei mari.
La tua costruzione era omonima dell’isolotto su cui fosti costruita, Pharos, fuori dalla città di Alessandria. I viaggiatori contemplavano il tuo bagliore chilometri lontani dall’Egitto, come la costruzione più alta dell’antichità, con i tuoi specchi fatti di sottilissimo argento lucido che brillavano oltre l’orizzonte del mutevole e periglioso mar e che sotto le sembianze di quegli dei splendenti facevano cenno alle navi di un sicuro viaggio di ritorno.
Anche di notte splendeva la tua solitaria fiaccola, bagliore unico sotto la notte illuminata dalle stelle e dal sorriso di Selene, candela accesa sull’ara dell’anima ellenistica.Sulla tua sommità l’onnipotente Zeus Soter proteggeva le navi ed il suo lungo scettro rappresentava la dominanza marina dei greci. Faro, simbolo, occhio, fiaccola, perla alessandrina, che hai mostrato la strada anche ad altre costruzioni umane, e ti sei dimostrata l’unica opera utile tra le sette meraviglie del mondo antico... ed ultimo ti sei perso, lasciando l’Egitto orfano, con le piramidi che fissano disperate il tramonto, sapendo però che vive il Faro di Alessandria e con lui anche il re Alessandro! (B.M.)
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Giouvetsi con i gamberi
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Ingredienti: 300 gr di risoni, 16 gamberoni, 200 gr di ricotta, 50 gr di burro, 50 gr di parmigiano grattugiato, 200 ml di brodo vegetale, 2 pomodori spellati e tagliati a cubetti, 100 ml di vino bianco, 20 gr di aneto fresco sminuzzato.

Fate cuocere i risoni in acqua bollente e scolateli quando sono ancora la dente. In una casseruola fate bollire il brodo con il vino, aggiungete i risoni, i pomodori e l’aneto. Lasciate cuocere, mescolando spesso, fin quando il liquido venga assorbito. Togliete dal fuoco, aggiungete il burro ed il parmigiano e versate in una pirofila. In un tegame fate saltare i gamberi con un filo di olio e versateli poi nella pirofila sui risoni. Cospargete con la ricotta sbriciolata e ponete in forno a temperatura alta per 5 minuti.

lunedì, luglio 17, 2006

Il vecchio maestro della pasta kadaif

In una delle mie ultime “crociate” in Grecia sono giunta a Creta, più esattamente a Rethimno. In ogni mio viaggio sono due le cose che cerco ossessivamente... siti archeologici e maestri dei vecchi tempi dell’arte gastronomica. Questa volta sono stata davvero fortunata... poiché ho conosciuto il signor Georgios Xatziparasxos...
Una porticina ti guida in un laboratorio, ma anche in un’epoca passata, un mondo omai perduto... un mondo senza macchinari o facilitazioni, ove tutto si faceva a mano. Un mondo “mistagogico”, ove i segreti dell’arte si tramandavano dal maestro all’apprendista attraverso un lungo ed estenuante processo. Il signor Georgios mi ha accolto calorosamente e ha cominciato a raccontarmi la storia del suo laboratorio...
..."molti anni orsono il mio laboratorio faceva parte di un palazzo veneziano, nella vecchia città di Rethimno, ed è qua che da cinquant’anni mi cimento nella produzione di phyllo crusta e phyllo kadaif. Insisto ad esercitare la mia professione nello stesso modo in cui l’ho imparata molti anni fa, negando di facilitare la mia vita e di aumentare la produttività della mia piccola impresa. Così sono costretto a fare a gara con le grosse società che producono enormi quantità di phyillo in poco tempo. C’è bisogno del lavoro manuale di molti mesi per produrre la stessa quantità di phyllo che una grossa società produce in un giorno. Però, l’amore per ciò che faccio ha tenuto questo piccolo laboratorio vivo... I miei migliori clienti sono tutti coloro che ricercano l’originale e l’autentico...
Nonostante non mi sia mai adattato alle nuove tecnologie mi adeguo con rispetto alle necessità dei miei clienti. Così produco uno speciale tipo di pasta kadaif anallergico, poiché molti sono allergici alle noci e al miele."
La ricetta che segue è un tributo a questo maestro, che con la sua perseveranza ci insegna il valore dell’autentico ed il rispetto per l’originale e alla ricchissima flora delle montagne cretesi!
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Nidi di pasta kadaif con gamberi e panna acida
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Ingredienti per 10 nidi: 200 gr di pasta kadaif (capelli d'angelo), 20 gamberi, 200 ml di panna acida, 100 grammi di zucchine piccole, 1 porro, 1 rametto di melissa, 1 rametto di menta piperita, olio extravergine di oliva qualità Verdone (per sfruttare il suo profumo di oliva fresca ed il retrogusto amaro e piccante), un po’ di burro, un po’ di sale grosso ed un po’ di pepe nero macinato grosso e per la bollitura dei gamberi un po’ di aceto, una cipolla, una carota, 2 foglie di alloro.

Facciamo bollire i gamberi interi con aceto cipolla, carota ed alloro. Appena pronti li togliamo, li facciamo raffreddare e li puliamo. Facciamo marinare i gamberi in un po’ di olio verdone e panna acida ed aggiungiamo le erbe aromatiche (in caso di mancanza di queste erbette possiamo non metterle, ma far bollire i gamberi con della camomilla). Tagliamo a julienne le zucchine ed il porro. Quest’ultimo lo friggiamo in olio extravergine finché assume un colore dorato e diventa croccante. Lavoriamo con le mani la pasta kadaif a formare dei nidi circolari di 5 cm di diametro e 2 cm di altezza. Imburriamo una teglia, vi poniamo i nidi e li facciamo cuocere fin quando assumono un bel colore ambrato e diventano croccanti. Li togliamo dal forno e li cospargiamo con sale grosso e pepe macinato grosso. Serviamo i gamberi marinati sopra i nidi e guarniamo con le zucchine ed i porri fritti.

TIPS: La pasta kadaif si secca molto facilmente, per questo quando la lavoriamo dobbiamo conservarla in un panno umido.

lunedì, giugno 26, 2006

La gelatina... un ingrediente per l'estate

La gelatina è usata, in cucina, principalmente come addensante o emulsionante. E’ una pura proteina, derivata da materie prime animali contenenti collagene (84-90% di proteine, 1-2% di sali minerali e acqua), che non contiene grassi, carboidrati o colesterolo ed è priva di conservanti. L'uso della gelatina nella cucina moderna è fondamentale: viene utilizzata in numerosi piatti come bavaresi, mousse fredde, creme e dessert che devono alla gelatina la loro particolare consistenza, ma anche terrine ed aspic.
Non si conosce quando sia stata scoperta, ma considerando che deriva dalla bollitura di pelle ed ossa di animali si suppone che questa sia avvenuta millenni fa. Sembra infatti fosse già conosciuta dagli egizi. Inoltre alcune fonti testimoniano che i convivi dei secoli passati erano spesso accompagnati da piatti a base di gelatina… L'uso della parola gelatina, che deriva dal latino gelatus = solido, congelato, compare tuttavia per la prima volta in Europa intorno al 1700. In Inghilterra, nel periodo Vittoriano, la gelatina era largamente utilizzata sia in piatti dolci che salati, dalle forme fantasiose e di varia grandezza. La gelatina commercialmente prodotta comparve sembra prima in Olanda intorno al 1685 e poi in Inghilterra; ma la prima vera produzione commerciale si ebbe negli Stati Uniti (Massachusetts) nel 1808.
La gelatina animale viene prodotta in gran parte con la cotenna di maiale, ma anche con bifido ed ossa bovine, ricchi della proteina collagene. La produzione avviene mediante un lungo processo, durante il quale, grazie ad un trattamento chimico e fisico, si rimuovono le sostanze superflue quali i minerali, i grassi e gli albuminoidi, per ottenere infine un collagene purificato sottoforma di fogli, di polvere o granuli.
Esistono altri tipi di gelatina derivate dal pesce e da vegetali. Quella che si ottiene dal pesce, più nota come “colla di pesce” deriva dalla loro vescica natatoria, essendo questa costituita in maggior parte da tessuto connettivale e quindi da collagene; è inodore e di colore leggermente ambrato. Quella vegetale, invece, deriva dalla bollitura di sostanze derivate dalla frutta acerba. La frutta più utilizzata è la mela, la prugna, le arance e i limoni.
Le gelatine utilizzate principalmente nell’industria alimentare sono di origine vegetale (radici, bulbi, semi ed alghe). Tra queste la più utilizzata è quella prodotta da un’alga rossa e conosciuta come Agar agar, che ha un sapore tenue ed è molto nutriente in quanto ricca di minerali ed è adatta a dessert leggeri e rinfrescanti soprattutto durante la stagione estiva.
In commercio si possono trovare gelatine aromatizzate alla frutta e colorate e gelatine prive di aroma e trasparenti.
Tutti i tipi di gelatina hanno in comune la capacità di trattenere acqua e formare delle masse solide ed elastiche.
La gelatina, quindi, essendo priva di grassi e carboidrati, essendo una fonte proteica ottimale e ricca di acqua, è il cibo estivo ideale.
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Aspic di gamberi
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Ingredienti: 200 gr di gamberi sgusciati, 1 bustina di gelatina granulare, 1 uovo sodo, 1 pomodoro, 1 cetriolo sott’aceto, 2 tazze di brodo vegetale, 1/3 di tazza di vino bianco aromatico, 4 cucchiai di succo di limone, pepe nero.

Lessate i gamberi (un segreto per farli diventare più saporiti è quello di aggiungere durante la bollitura un po’ di zucchero e 2 cucchiaini di aceto di vino bianco). Facciamo gonfiare la gelatina aggiungendo 4 cucchiai di acqua fredda e lasciando riposare per quattro minuti; dopodiché la sciogliamo in una tazza di brodo vegetale. Versiamo la seconda tazza di brodo, il vino, il limone ed il pepe. Versiamo un po’ di questa miscela in una teglia per ciambella, coprendo la base, e la mettiamo in frigo fino a quando si addensa. Dopodiché aggiungiamo le fettine di pomodoro, di cetriolo e di uovo e per ultimi i gamberi. Copriamo tutto con il resto della miscela e poniamo in frigo per alcune ore. Per far staccare l’aspic basterà immergere la teglia in acqua calda per un paio di minuti.

lunedì, febbraio 13, 2006

Eros, amore... ed afrodisiologia

Esiodo, contadino e poeta, nella Teogonia, racconta che prima sorse il Caos, che per lui non era una divinità ma soltanto un vuoto “spalancarsi”, esattamente ciò che rimane da un uovo vuoto quando gli si toglie il contenuto. Poi sorse Gea, dall’ampio seno, solida ed eterna sede di tutte le divinità che abitano lassù, sul monte Olimpo, oppure in lei stessa, nella Terra. Per ultimo sorse Eros, il più bello tra gli dei immortali che “scioglie” le membra e soggioga lo spirito di tutti gli dei e di tutti gli uomini. Anche Platone, nel Simposio, il primo saggio sull’eros scritto nella storia dell’umanità, attraverso le parole di Fedro sosteneva che la vita degli uomini non doveva essere condizionata, né dai legami di sangue, né dalle ricchezze, né da altro, tranne che dall’eros. Eurissimaco, a sua volta, segnalava che il dio Eros non limita la sua azione agli dei e agli uomini, ma estende la sua forza a tutto l’universo.
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Nel succedersi della storia, prendendo la parola, Aristofane espone la sua opinione sull’eros. Dice, allora, che inizialmente il corpo umano non era come quello che abbiamo ora, ma doppio. Avevamo, cioè, due corpi uniti in uno. Però, siccome gli esseri umani in un certo momento avevano osato mettersi contro gli dei, Zeus decise di punirli. Così, tagliò a metà i loro doppi corpi, facendo in modo che da ogni corpo venissero fuori due diversi uomini, che completavano l’uno l’altro. Dopo tale suddivisione, ogni corpo ricercava disperatamente la sua altra metà. Quando la trovava, la abbracciava e non faceva nient’altro, tranne aspettare di riunirsi con lei. Siccome le due metà non si interessavano né del cibo, né del sonno, la specie umana rischiava l’estinzione. Zeus, allora, ebbe pietà di loro e posizionò in ognuna delle metà degli organi genitali ed ordinò loro di innamorarsi e di accoppiarsi affinché si riproducessero. Per questo l’eros è la ricerca della nostra metà perduta. Ci innamoriamo in quanto desideriamo ritrovare la nostra unità perduta, in quanto abbiamo nostalgia della nostra vecchia natura completa.
Dopo Aristofane, Agatone sottolineava che l’eros è colui che porta la pace agli uomini e la bonaccia ai mari. E’ lui, inoltre, che fa addormentare i venti ed offre il sonno alle anime afflitte. L’eros, che fa scomparire la ferocia e dona soavità all’animo, è l’ornamento degli dei e degli uomini e tutti noi dobbiamo seguirlo fedelmente e venerarlo in ogni manifestazione della nostra vita.
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Infine, prende la parola il grande sovversivo Socrate. Egli, innanzitutto, dubitava che eros fosse una divinità e sosteneva che fosse un demone, cioè qualcosa a metà tra un dio ed un uomo. I suoi genitori erano Povertà e Poros. Era perennemente povero, trascurato, senza scarpe e senza casa… tutt’altro che bello. Non dormiva su un letto o su un materasso, ma sul pavimento, in campagna, in strada, sulla soglia, avendo come unico compagno la privazione. Era come suo padre, astuto intrappolatore dei belli e degli eletti, audace e coraggioso, macchinatore ed incantatore opportunista, che sapeva “curare” a volte con belle parole ed altre volte con erbe medicinali. Non aveva mai niente in grado assoluto e si trovava sempre in mezzo a cose diverse. Non era né perennemente ricco, né perennemente povero, ma mai ricco e mai povero.
L’eros, continua Socrate, è il desiderio nato all’interno della bellezza. Quando cioè qualcuno sente la necessità di partorire (o un figlio o un capolavoro), per guadagnarsi l’immortalità, si innamora e ricerca qualcosa di bello (sia nel corpo, che nell’anima) per partorirlo dentro di sé. Inoltre, esiste dentro di noi una “scala erotica” che ogni persona assennata deve salire. Nel primo scalino, l’uomo si innamora dei bei corpi. Dopodichè, riscopre la bellezza dell’anima, che è molto più importante di quella del corpo e comincia ad innamorarsi delle belle anime. Continuando, si innamora della conoscenza, della scienza, ed arriva in età avanzata all’ultimo gradino, ove si innamora della bellezza assoluta, dell’immortale ed eterna idea del bello. Ai giovani si adatta l’amore dei corpi, come maestro di bellezza, mentre l’amore per il bello si adatta alle persone in età avanzata.
Voglio sfuggire dalla trappola di annacquare con commenti teorici le diversità e le cose in comune che hanno l’eros e l’amore. Questi due sentimenti, infatti, vengono frequentemente utilizzati per esprimere la stessa cosa sia dalle persone comuni, che utilizzano la parola amore per dichiarare i loro sentimenti erotici, sia da persone che sono in grado di distinguere le diversità tra questi due sentimenti. Quando Stendhal, infatti, dice che “l’amore è il godere, il vedere, il toccare ed il sentire con tutti i tuoi sensi”, si riferisce all’eros che abbraccia tutto l’universo. Anche quando Balzac definisce l’amore come “la poesia dei sensi” sicuramente ha in mente l’eros.
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Nel “Giardino dei profumi” dello sceicco Nefzevi (XVI secolo), Abu el Hailuk era “duro” per trenta interi giorni, poiché mangiava tante cipolle. Durante questo periodo "dormì" con un numero mitico di donne. Forse è meglio non parlare del rapporto della poesia con la vita, ma realmente, che è successo a questo arabo così fortunato? La cipolla ha determinato una sete del corpo e cercava delle compagne per spegnerla? Forse ha partorito dentro di sé la passione per tutte queste donne? O forse le desiderava da prima e la cipolla lo ha aiutato a sentirsi così estasiato al punto da superare i limiti della “carne” sul sentimento?
Queste tre semplici domande delineano i tre corrispettivi approcci all’"afrodisiologia".
Approccio viagra: mangio questo ed in combinazione forse con quello… eccomi qua! Qualcosa come super stallone. Fast food – fast sex.
Approccio voodoo: nelle diverse civiltà ci sono decine e decine di magie e scongiuri per far si che un uomo o una donna si innamori di qualcunaltro. Secrezioni femminili o il mestruo nel caffè, erbette che devono bruciare con olii speciali in una determinata fase lunare, mentre in contemporanea lo stregone recita delle formule magiche. E allora, è difficile, visto che accadono queste cose che avvenga un miracolo con metodiche più semplici… con un determinato piatto…?
Approccio bon viveur: come un bel tramonto in una spiaggia deserta, una passeggiata con la luna piena nel bosco, una bella musica, la sensazione dell’erba sul palmo della mano, un corpo nudo nella penombra, così un pasto ricercato con sapori equilibrati, e con il vino adatto ci fa sentire meglio. E quando ci sentiamo meglio vogliamo avvicinarci alla persone che desideriamo!
Forse sembrerò un po’ cinica con gli approcci precedenti, ma in nessun caso vorrei dubitare dell’ovvio, ossia che l’eros passa per lo stomaco.
E’ difficile in un post parlare dell’afrodisiologia, ma farò uno sforzo cercando di ritornavi nel futuro. Afrodisiaco è per tutti i popoli della terra l’aglio, indipendentemente dal fatto che noi occidentali se lo mangiamo non possiamo dire buongiorno tranne che per telefono. La melanzana era per il mondo ottomano, qualcosa a metà tra viagra e cocaina. Per il resto del mondo era semplicemente indifferente. Notevoli sono le proprietà del prezzemolo. La cannella, il cardamomo, il coriandolo, le uova, il pescato, le noci (chi non conosce l’abbinamento noci e miele?), l’olio di oliva… e mi fermo qui perché in definitiva sembra che non ci sia cibo che non sia stato associato all’eros. Non è che tutte queste cose siano delle favole? Non lo saprei dire. Forse si, forse no. Ma che differenza fa? Dimentichiamo forse che noi essere umani, oltre che di proteine, di grassi e di carboidrati, ci nutriamo anche di leggende? Del resto che cos’è l’eros! Secondo Oscar Wilde un “reciproco equivoco”. E allora, anche se così fosse ci piace equivocarci reciprocamente!
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Orata marinata
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Ingredienti: 1 Kg di orate, 600 ml di olio extravergine di oliva, 80 ml di succo fresco di limone, 50 ml di aceto bianco, sale, pepe, 2 cucchiai di spezie per la marinatura.
Ingredienti per le spezie per la marinatura: 3 cucchiai di coriandolo, 2 cucchiai di anice, 1 cucchiaio di sumak, 3 semi di cardamomo, 3 pezzi di anice stellato, 1/2 cucchiaino di masticha, 3 bucce di arancia essiccata.
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Laviamo le orate e le dividiamo in due filetti ciascuna. Togliamo le spine e la pelle. Mescoliamo l'olio, il limone, l'aceto, il sale, il pepe e i 2 cucchiai di spezie per la marinatura. Deponiamo i filetti nella marinatura e li lasciamo cuocere in un ambiente fresco per circa due ore, poi li mettiamo in frigorifero. Serviamo i filetti tagliandoli a fettine sottili.
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Con questo piatto vedo bene un Athiri della mia amata isola Santorino, in quanto equilibria il sapore aspro della marinatura ed avvolge le spezie.