sabato, gennaio 20, 2007

Solo nei sogni l'uomo è completamente libero... tutto è possibile!





"Il Surrealismo è un automatismo psichico puro con il quale ci si propone di esprimere, sia verbalmente che in ogni altro modo, il funzionamento reale del pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica o morale".

"Manifeste surréaliste"
Andrè Breton

sabato, gennaio 13, 2007

Fusione per incorporazione

coffee with a "drop" of milk
IreneM


hot coffee, cold milk...
IreneM

... senza che vi sia transizione fra le due fasi, solo un intervallo di temperatura in cui diventano progessivamente sempre più "uniti" fino a fondersi.

Buon week-end.

mercoledì, gennaio 10, 2007

La magia del 7


Il prodigio dei numeri... un argomento che mi ha sempre affascinato. I numeri governano, senza neppure rendercene conto, ogni aspetto della nostra vita... “tutto è un numero” affermavano i Pitagorici! Galileo diceva, inoltre, che l’universo è “scritto con il linguaggio dei numeri”. Il linguaggio dei numeri, infatti, si fa leggere e capire da noi in modo più preciso e non controverso... le osservazioni quantitative della realtà sono più precise, meno soggettive, e quindi più oggettive di quelle qualitative!
Uno dei numeri che più mi affascina è il 7... fin dall'antichità, considerato un numero magico e misterioso.
Gran parte delle proprietà attribuitegli risalgono all'astrologia babilonese che per prima aveva riconosciuto 7 pianeti ed aveva diviso il mese lunare in cicli di 7 giorni. Il 7 venne quindi considerato sacro proprio perché allora rappresentava il cosmo e la sua perfezione. Tutte le civiltà antiche hanno sviluppato un sim­bolismo numerico e in molte di esse il 7 è considerato numero sacro, unico e immobile. Secondo la scuola pitagorica il 7 è “amitor” (senza madre) in quanto non è un prodotto fattoriale ed è generato solo dall'unità. E’ simbolo di perfezione in quanto risultato della somma del 3 (lo spirito, il maschile) e del 4 (la materia, il femminile), che esprimono due forme perfette: il triangolo equilatero ed i quadrato. Essi sono anche i numeri basilari della Piramide (la base quadrata, i quattro lati triangolari). Per tale ragione, in epoca antica, il sette veniva rappresentato come un quadrato sormontato da un triangolo.
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I Greci associavano il 7 all’adorazione di Apollo e di Selene. Sette erano le vacche sacre del dio cantati da Omero (“All'isola della Trinacria arriverai: là numerose pascolano le vacche e le pingue grecci del sole, sette armenti di vacche e sette belle greggi di pecore...” Odissea, XII, 127-133) e sette le corde della lira (strumento al dio tanto caro). Nella mitologia sette erano i fanciulli e sette le fanciulle inviate a Creta come pasto per il Minotauro. Il 7° giorno dalla nascita si dava il nome al neonato... ed ogni 7° giorno gli Spartani facevano sacrifici ad Apollo! Sempre nella tradizione greca, 7 erano i Sapienti e 7 le Meraviglie del Mondo, sintesi della perfetta armonia tra pensiero ed azione. Il sistema Tolemaico poneva al centro dell'Universo la terra, attorno a cui ruotavano, sette sfere concentriche dette Cieli (la Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno). Sette sono anche le stelle che compongono l’Orsa Maggiore ed altrettante quelle che formano l’Orsa Minore.
Il numero 7 è anche un numero ricorrente nella storia di Roma. La città è stata costruita su 7 Colli (Capitolino, Esquilino, Palatino, Quirinale, Viminale, Celio e Aventino). Fondata da Romolo il 21 (multiplo di 7) Aprile, è stata governata da 7 re (Romolo, Numa Pompilio, Tullo Ostilio, Anco Marzio, Tarquinio Prisco, Servio Tuillo e Tarquínio il Superbo). La leggenda vuole, poi, che la città divenne "eterna” per 7 oggetti ivi condotti perché di buon auspicio: l'ago di Cibele (una pietra nera adorata in Asia minore); la quadriga donata dalla città di Veio; le ceneri di Oreste, figlio di Agamennone; lo scettro di Priamo, re di Troia; il velo di Ilione; la statua di Atena Pallade; i dodici scudi Ancili. Roma è, inoltre, la città delle 7 Chiese (le 4 Basiliche maggiori - S. Pietro in Vaticano, S. Giovanni in Laterano, S. Maria Maggiore, S. Paolo fuori le mura - e le 3 Basiliche minori di S. Sebastiano sull'Appia, S. Croce in Gerusalemme e S. Lorenzo fuori le mura).
Gli Egiziani contarono “sette bracci” del Nilo; 7 erano gli scorpioni che accompagnavano sempre la dea Iside; 7 erano le vacche grasse e 7 quelle magre ed altrettante le spighe sognate dal faraone, premonizione di sette anni di abbondanza in tutto l'Egitto, seguiti da sette anni di carestia.
Nell'Antico Testamento il 7 compare ricorrente: tanti sono i nomi usati per indicare la terra e altrettanti per il cielo; nell'Apocalisse di San Giovanni il sette vi ricorre cinquantaquattro volte: la fine dei mondo sarà annunciata dalla rottura dei 7 Sigilli, seguita dal suono di 7 trombe per bocca di 7 Angeli, quindi dai 7 Portenti e infine dal versamento delle 7 Coppe dell'ira di Dio. Nel Nuovo Testamento, 7 sono i Sacramenti, i doni dello Spirito Santo, i Peccati Capitali (gola, lussuria, avarizia, superbia, accidia, invidia e ira) e le Virtù, 4 cardinali (forza, sapienza, giustizia e temperanza) e 3 teologali (fede, speranza e carità).
Nell'Ebraismo, 7 sono le luci del candelabro sacro (Menorah), simbolo della fede eternamente accesa; il Sabato, settimo di una serie di giorni, è il giorno della Creazione e quindi del riposo dedicato al culto; l'anno sabbatico è il settimo di una serie di anni: è l'anno della “remissione”, nel quale dovevano essere sospesi i lavori dei campi, per permettere il riposo agli animali e agli uomini; il settimo di 7 anni sabbatici era l'anno del giubileo (il nome viene dall'ebraico “ jobhel ” che significa “ corno di montone ” con il quale sette sacerdoti, alla fine dell'ultimo anno di ogni ciclo di sette anni sabbatici, compivano per 7 giorni il giro di Gerico e l’ultimo giorno percorrevano 7 volte le mura della città, annunciando l'inizio del cinquantesimo anno, durante il quale non si doveva seminare, né mietere e né vendemmiare). Il settimo giorno dalla nascita avveniva la circoncisione dei maschi; 7 volte venivano assolti i peccati e 7 era il simbolo della perfezione che contiene il loro simbolo etnico, la stella di David. Nella Kabbala, poi, l'uomo è rappresentato triplice nell'essenza, ma settemplice nell'evoluzione: ha capacità vegetativa (nascita e sviluppo del corpo), nutritiva (mantenimento del corpo), sensitiva (contatti sensoriali col mondo fenomenico), intellettiva (riflessioni e sintesi), sociale (rapporti con i suoi simili), naturale (rapporti con la natura) e divina (capacità di armonizzare la vita con la realtà di Dio).
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Anche nella tradizione coranica il sette ha un significato particolare: sette sono le porte dell'inferno ed il mondo è sorretto da 7 colonne poggiate sulle spalle di un gigante, a sua volta sostenuto da un'aquila, che posa su una balena che nuota nel Mare Eterno.
Secondo la Baghavad Gita, il libro sacro dell'Induismo, 7 erano gli illuminati del Veda dell'India, emanati ed illuminati da Agni, il fuoco sacro, simbolo del focolare domestico e della famiglia. I buddisti definiscono, inoltre, l'uomo come Saptaparna , “pianta a sette foglie” attribuendogli sette principi: “Atma”, che significa “scintilla divina”, “Budhi” che è lo “Spirito”, “Manas” l'“Anima”, “Kama Rupa” gli “istinti”, “Shtula Sarira”, la “materia”, “Linga Sorira” il “corpo astrale” e, infine, il “Prana”, che è l'“essenza della vita”, lo “Pneuma dei greci”, lo “Spiritus” dei romani o il “K'i taoista”.
Del numero sette scrisse anche S. Agostino: “Anche della perfezione del numero sette si possono dire molte cose...: il primo numero intero dispari è tre, il quattro è un numero intero pari e dalla loro somma risulta il numero sette. Ecco perché si adopera spesso per indicare la totalità delle cose, come quando si dice: Il giusto cade sette volte e sette volte risorge; ossia cade ma non perirà, le sue cadute non sono peccati, ma imperfezioni che conducono alla umiltà. E sette volte ti loderò, espressione ripetuta altrove in questi termini: Avrò sempre la sua lode nella mia bocca. Nella sacra Scrittura si trovano molte altre frasi simili nelle quali il numero sette è usato per esprimere in tutte le cose l'universalità. Molte volte poi con questo numero viene indicato lo Spirito Santo, del quale il Signore ha detto: Egli vi ammaestrerà in ogni verità”.
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Dopo tanto parlare... non posso che postare una ricettina con solo 7 ingredienti!
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Spiedini di pollo in crosta di pistacchi
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Ingredienti: 2 petti di pollo tagliati a cubetti, 3 peperoni rossi tagliati a quadrati, 25 ml di olio extravergine di oliva, 200 gr di pistacchi non salati, 30 gr di cipolla tagliata finemente, 50 ml di vino bianco, sale.
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In un pentolino facciamo soffriggere la cipolla con un po’ di olio. Quando si è ben ammorbidita, versiamo il vino e lasciamo cuocere per un minuto. Aggiungiamo infine i pistacchi, che avremo precedentemente tritati, ed il sale. Infiliamo in uno stuzzicadenti un pezzetto di pollo ed uno di peperone alternativamente. Passiamo ogni spiedino in un poco di olio e poi nella mistura di cipolla e pistacchi. Li accomodiamo in una pirofila antiaderente e mettiamo in forno preriscaldato a 180°, lasciamo cuocere finché gli spiedini abbiano un bel colore dorato.

venerdì, gennaio 05, 2007

La "misura" del tempo...

Quando l'uomo si è reso conto che non c'era la possibilità che il sole non sorgesse la mattina, ha cominciato a misurare il tempo... anche se non lo ha mai capito! Sentiva tuttavia la necessità che fosse qualcosa che si potesse misurare o con delle incisioni su ossa e pietre, o con dei geroglifici complicatissimi, o attraverso i computers.
L'umanità ha fatto passi da giganti nel misurare sempre più precisamente il tempo, ma non nello spenderlo...
Il dominio occidentale nel mondo ci fa dimenticare che ci sono altri calendari più vecchi del nostro. Nonostante noi ci troviamo solo nel 2007, per il calendario ebraico siamo nel 5767, i discendenti dei Maya nell' "indifferente" 5126, per i musulmani invece siamo appena nel 1427... invece con gli induisti c'è il problema della multiscissione. Separati il molte "sottoreligioni" e divinità locali, l'India cerca da anni di riunire gli oltre trenta calendari diversi in uno. In base ad una legge ufficiale il 2007 cristiano equivale all'anno 2551. I cinesi hanno dovuto confrontarsi con grandi problemi, in quanto chiunque prendeva il potere cambiava a proprio piacimento il alendario. Per loro però il giorno 18 Febbraio del 2007 si passerà dall'anno del Cane a quello del Maiale.
Dopo tutto questo ci rendiamo conto che la cosa più importante non è la misura del tempo, ma il come spenderlo...
Il denaro può comprare tutto - anche l'amore, come spiega Rhett Butler, nel film "Via col Vento", a Scarlett O'Hara -, tranne il tempo.
Questo blog non ha nessuna soluzione a tal proposito, desidererebbe però far riflettere, attraverso la poesia di Kostantinos Kavafis e la sua energia linguistica stregante, su quanto esso sia prezioso e su quanto sia necessario averne rispetto.
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Candele
Stanno i giorni futuri innanzi a noi
come una fila di candele accese -
dorate, calde e vivide.
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Restano indietro i giorni del passato,
penosa riga di candele spente:
le più vicine danno fumo ancora,
fredde, disfatte e storte.
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Non le voglio vedere: m'accora il loro aspetto,
la memoria m'accora del loro antico lume.
E guardo avanti le candele accese.
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Non mi voglio voltare, ch'io non scorga, in un brivido,
come s'allunga presto la tenebrosa riga,
come crescono presto le mie candele spente.
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Kεριά
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Του μέλλοντος η μέρες στέκοντ' εμπροστά μας
σα μια σειρά κεράκια αναμένα -
χρυσά, ζεστά, και ζωηρά κεράκια.
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Η περασμένες μέρες πίσω μένουν,
μια θλιβερή γραμμή κεριών σβυσμένων·
τα πιο κοντά βγάζουν καπνόν ακόμη,
κρύα κεριά, λυωμένα, και κυρτά.
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Δεν θέλω να τα βλέπω· με λυπεί η μορφή των,
και με λυπεί το πρώτο φως των να θυμούμαι.
Εμπρός κυττάζω τ' αναμένα μου κεριά.
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Δεν θέλω να γυρίσω να μη διω και φρίξωτι
γρήγορα που η σκοτεινή γραμμή μακραίνει,
τι γρήγορα που τα σβυστά κεριά πληθαίνουν.

domenica, dicembre 31, 2006

Buona fine e buon principio...


All'interno della quotidianità che ci circonda, abbiamo, tra l'altro, le nostre speranze ed i nostri desideri, delle "allucinazioni" per certi sogni, appena un passo affinché diventino realtà.
E' appena passato un anno... una verità molto diversa per ognuno di noi. Alcuni si sentono soddisfatti, altri no, sia che abbiano terminato con successo o meno i progetti prefissati. Una questione personale per ognuno di noi!
Al di fuori di tutto questo resta la nostra rinascita, il nostro "riplasmare" l'"Io" arrivando al punto preciso dell'inizio dell'anno. E dopo questo inizio possiamo trovare i sentieri che ci guideranno verso i nostri desideri, speranze e perché no verso le paure di quello nuovo che sta arrivando.
L'anno che sta finendo ha cambiato tante cose in noi, tutti ci siamo trovati, sicuramente, di fronte a momenti difficili, e sarebbe logico allora augurare e sperare in un buon inizio!
Molto giustamente un vecchio detto dice:"Un buon inizio assicura una buona fine..."
Sta per arrivare il nuovo anno e se vogliamo che finisca bene, applichiamo la suddetta formula. Ogni giorno, ogni ora, ogni minuto dobbiamo iniziare il tutto in modo giusto affinché non finisca nello stesso modo.
Arrivando a questo punto così decisivo dell'anno, tutti noi, senza dubbio, miriamo ed auguriamo che sia il nostro migliore! Qualsiasi siano i nostri progetti, i nostri scopi, i nostri sogni, che cominciamo il 2007 con entusiasmo e gioia per conquistarli.
Teniamo viva la fede nella nostra vita.
Se ne sta andando, sì, un anno e sta per dare la mano al nuovo che inizia. Ed è come una vita breve che comincia nel mese di Gennaio e prende forma, "stravasando" in primavera, arriva ad una completezza eccelsa nei giorni lucidi dell'estate, si indebolisce nei dorati giorni autunnali, per morire nell'ultimo secondo dell'ultimo giorno dell'anno che sta andando... e proprio in quel momento il vecchio se ne va e nasce il nuovo, all'interno di questo immenso ciclo luminoso della vita.
Vorrei dire, che basta soltanto venire in contatto con lo sguardo innocente di un bambino per rinnovare tutte le nostre forze, desiderando un mondo migliore, meno disumano e con più lacrime di gioia!
Auguro che il nuovo anno sia più umano, più pacifico, con nuovi orizzonti nei pensieri e nelle azioni... e che porti salute e felicità a tutti noi!
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Buon 2007!

domenica, dicembre 24, 2006

Una favola per Natale e... per tutta la vita!

Per i miei auguri natalizi vorrei regalarvi una favola, una favola didattica - come del resto lo sono tutte - una favola il cui significato vorrei che vi colpisca nell'anima e vi aiuti a ritrovare il senso della vostra esistenza.
C'era una volta una donna che si prendeva cura del giardino di casa sua, quando all'improvviso vide tre anziani, carichi delle esperienze della vita, che si avvicinavano all'ingresso della casa.
Nonostante non li conoscesse, rendendosi conto della loro stanchezza e fame, gli offrì di entrare a mangiare.
Loro le chiesero: "Tuo marito è in casa?"
"No, non è qui", rispose lei
"Allora non possiamo entrare", le risposero gli anziani
"Ci mettiamo qui fuori e aspettiamo che lui torni".
Quando rientrò a casa, la donna gli raccontò l'accaduto.
"Possono entrare..." rispose lui.
La donna uscì fuori ed invitò nuovamente gli anziani ad entrare in casa.
"Non possiamo entrare tutti e tre insieme", risposero gli anziani.
La donna, sorpresa, chiese perché!
Il primo, allora, dei tre le spiegò e cominciò a presentarsi: "Io sono la Ricchezza le disse" e le presentò dopo il secondo, che era la Felicità. Ed, infine, il terzo che era l'Amore.
"Adesso", le disse, "vai da tuo marito e decidete chi di noi tre può venire a casa vostra".
La donna rientrò e raccontò ciò che gli anziani le avevano detto.
L'uomo, sorpreso, disse: "Siamo fortunati! Invita la Ricchezza! In questo modo avremo tutto ciò che desideriamo".
La moglie però non era d'accordo e proprose di invitare la Felicità.
La loro figlia, che li ascoltava in un angolo, disse: "Non sarebbe meglio invitare l'Amore? Non sarebbe bello se la nostra casa fosse piena d'amore".
"Perché no", rispose il marito, "vai fuori e chiedi all'Amore di entrare a cenare con noi".
La donna uscì e chiese: "Chi di voi è l'Amore? Lui può passare!"
L'Amore, allora, si alzò e fece per entrare in casa... e gli altri due lo seguirono!
La donna, sorpresa, chiese alla Ricchezza e alla Felicità: "Abbiamo inviatato, come ci avete detto solo l'Amore, come mai entrate anche voi?"
E risposero i tre anziani assieme: "se aveste invitato la Ricchezza o la Felicità gli altri due sarebbero rimasti fuori. Invitando l'Amore... ove va esso andiamo anche noi con lui!"
Non è importante dove! Non è importante come! Ovunque c'è amore ci sarà sempre ricchezza e felicità!
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Buon Natale a tutti!

lunedì, dicembre 18, 2006

Il "peso" delle ricette

Gli storici raccontano che l’armatura completa del legionario romano pesava circa 30 Kg. Se consideriamo che nel periodo delle campagne di guerra le legioni romane percorrevano parecchi chilometri e che una battaglia poteva durare parecchie ore, i legionari dovevano avere una grande riserva di forze al solo scopo di muoversi. Diamo ragione allora a certi romani, che nei suoi scritti Giulio Cesare critica ferocemente, che sottolineavano lo sbaglio fatto nell’aver aggiunto all’armatura degli ornamenti di metallo, bracciali e cinture, che aumentavano la difficoltà non solo nel muoversi, ma anche nello stendere la mano e nell’inginocchiarsi.
Ogni ricetta proposta per le festività (da riviste, blog...) ha la particolarità di abbellire il peso della continua ricerca del “diverso”. Per me, le ricette proposte sono sempre lo stesso oggetto con l’immagine del legionario davanti allo specchio...
Che cosa è necessario? Che cosa è superfluo? Che cosa è possibile? Che cos è abbinabile? Che cosa è inabbinabile?
Ho fatto riferimento all’esercito allo scopo di tener conto delle proprietà che in esso vigono: ordine, uniformità e rispetto delle regole. Queste stesse proprietà devono essere rispettate in tutte le ricette scelte e proposte.
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Croccante ai pistacchi
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Ingredienti: 400 gr di miele di timo; 400 gr di pistacchi non salati, ½ cucchiaino di lavanda macinata.

In una casseruola versiamo il miele e lo facciamo cuocere fin quando raggiunga la temperatura di 130°C. La togliamo dal fuoco ed aggiungiamo i pistacchi e la lavanda. Mescoliamo e stendiamo il composto su una superficie antiaderente (tavola di marmo o tagliere di silicone) per lo spessore di 1 cm. Lasciamo raffreddare e tagliamo i croccanti nella forma che vogliamo.

venerdì, dicembre 15, 2006

... l'eternità è un attimo...

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Per tutti quegli attimi che fanno sì che la vita sia vera!
Buon week-end.

martedì, dicembre 12, 2006

La mia cucina... il centro del mondo.

Controllo la mia cantina, carico il mio I-pod con musica regalatami dalla rete, conto i giorni sul calendario; con una mano metto in ordine le ricette che ho già scelto e con l’altra organizzo la lista con i nomi: non è che ho dimenticato qualcuno? Parenti, amici... tutti lì.
Devo sterilizzare decine di vasetti di diverse misure e scendere sotto casa per comprare i cesti.
Mi sto organizzando! Nelle feste di quest’anno regalerò delle bontà fatte con le mie mani, nella cucina di casa mia: marmellate, cioccolatini, biscotti, confetture, piccole cose “da gourmet” che a tutti fa piacere avere nella propria dispensa e frigorifero, ma che la pigrizia non lo permette.
Siamo a Dicembre e nella cucina di casa mia festeggerò gli ultimi giorni del 2006 uno ad uno, cucinando i regali per le festività. Seleziono gli ingredienti buoni ed economici; la cucina “casareccia” assorbe la sua forza prima dal cuore e poi dal portafoglio, ed ha lo scopo di “conquistare”, di trasportare amore e calore e non di far una figura “economica” con ingredienti cari.
Nella preparazione avrò bisogno di mani amiche: sbucciare, tagliare frutta e verdura, scrivere le etichette con inchiostro e lettere calligrafiche!
Aspetto con impazienza i pomeriggi di Dicembre, quando ci raccoglieremo in cucina, bevendo vini novelli, con sorrisi e musica, salutando il tempo minuto per minuto, cucinando, filosofando e facendo progetti per l’anno che sta per venire a trovarci tra pochi giorni.
Scendo a piazza Vittorio con le mani in tasca ed ogni due passi mi soffermo ad “assaporare” gli odori che emanano i banchi del mercato, per “odorare” i suoni delle lingue, per perdermi tra i venditori, professionisti e non – che da tutti i punti del mondo si sono incontrati per comprare e vendere gli ingredienti più improbabili che si incontreranno nelle casseruole più ispirate.
Le persone mi affascinano, sto per andare in un ristorante egiziano e trasformare i suoni e gli odori in gusto, ma le luci di Natale mi riportano alla realtà!
Voglio tornare subito a casa, alla mia cucina. E’ l’undici di Dicembre e per i prossimi quattordici giorni farò sì che la mia cucina diventi il centro delle festività di quest’anno, farò sì che la mia cucina diventi il centro del mondo.
Oggi vi posto una delle ricette prescelte...
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Torrone con mandorle e pistacchi.
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Ingredienti: 220 gr di zucchero, 150 gr di miele, 100 gr di acqua, 50 gr di glucosio, 40 gr di albumi, 300 gr di mandorle pelate, 125 gr di pistacchi non salati, zucchero a velo, 2 gr di olio di masticha.

Facciamo bollire in una pentola lo zucchero, l’acqua e il glucosio. In un’altra pentola facciamo bollire il miele. Montiamo gli albumi a neve e aggiungiamo poco alla volta, ma di continuo, il miele. Iniziamo a battere il miscuglio di zucchero e quando raggiunge la temperatura di 145°C aggiungiamo un poco alla volta, l’albume con il miele. Continuiamo a battere per 25 minuti circa e poi aggiungiamo le mandorle, i pistacchi e l’olio di masticha. Spolveriamo il fondo di una teglia (del diametro di 16x16 cm) con lo zucchero a velo, ci versiamo sopra il composto e lo spolveriamo sopra con altro zucchero a velo. Lasciamo freddare e tagliamo a cubi.

mercoledì, dicembre 06, 2006

Cucina tradizionale... un mare di sapori

La cucina non interpreta il mondo come l'arte e dà un'altra versione della grande questione filosofica del tempo, in quanto lo annulla. Cucinando le ricette delle nostre nonne teniamo nelle mani almeno cent'anni. Li teniamo! Li tocchiamo! Cucinando, gli attimi si ripetono e si immortalano su un tavolo durante il pasto.
Roland Barthes nel libro Psicosociologia dell'alimentazione dice: "alla fine il cibo perderà in sostanza e guadagnerà in funzionalità [...] ma all'interno della severità del contrasto tra il lavoro ed il rilassamento, è in pericolo la funzione festosa della cucina tradizionale".
La cucina "casareccia" di un tempo assorbiva la sua forza prima dal cuore e poi dagli ingredienti umili, ed aveva lo scopo di avvicinare e di trasportare amore e calore.
La cucina tradizionale trasporta il gusto dalla superficialità cosmopolita e la fa atterrare sui sensi e sui sentimenti. E' l'onda muta dell'oceano che affronta la quotidianità in modo profondo e leggero assieme.
L'arte del cuoco-sciamano eccita il corpo e rilassa il cuore.
Spunto di questo post è stata l'ultima ricetta proposta dalla Cuocarossa.
Prometto di tornare sull'argomento della cucina tradizionale perché la rivoluzione gastronomica è ante portam.
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Spinaci, riso e orata
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Ingredienti: 100 gr di porri finemente tagliati, 100 gr di cipolline fresche finemente tagliate, 500 gr di spinaci puliti e tagliati, 150 gr di riso, 1 e 1/2 Kg di orate sfilettate, 100 ml di vino bianco, 100 ml di acqua, 60 ml di olio extravergine di oliva, 1 mazzetto di aneto finemente tritato, un piccolo mazzetto di menta finemente tritata, 1 mazzetto di finocchietto, il succo di 1 e 1/2 limone, sale e pepe.

Soffriggiamo i porri e la cipollina fin quando si appassiscono. Alziamo la fiamma ed aggiungiamo gli spinaci, lasciando che tutta l'acqua che rilasciano si assorba. Aggiungiamo il riso, e dopo un minuto l'acqua ed il vino. Abbassiamo la fiamma, coperchiamo e lasciamo cuocere per 25 minuti. Quando il riso è cotto, lo togliamo dalla fiamma, aggiungiamo le erbette, il succo di limone, saliamo e pepiamo. Tagliamo i filetti di orata in circa 20 filettini, li saliamo e pepiamo e li facciamo soffriggere in po' di olio, un paio di minuti per lato.

lunedì, novembre 27, 2006

Il sogno donato...

Nel mese di Ottobre una carissima amica mi ha donato il suo “sogno”...
Fin da bambina sognava di coltivare gli ulivi e quando ci è riuscita, parte del suo primo raccolto me lo ha donato, pregandomi di utilizzarlo per creare qualcosa che potesse rispettare il suo colore, il suo sapore ed il suo aroma.
Mi sono messa a pensare... che cosa si può fare con delle fresche olive verdi?
Subito ho capito che dovevo svincolarmi dall’ingrediente oliva e dovevo invece vincolarmi all’ ”offerta del sogno”. Avrei dovuto cioè creare qualcosa che a mia volta avrei potuto offrire! E che cosa avrei potuto offrire se non un dolce al cucchiaio?
E’ tradizione in Grecia dare il benvenuto all’ospite con un “dolce al cucchiaio”, cosiddetto in quanto la sua quantità, quando viene servito, non deve superare il contenuto di un cucchiaino.
La differenza tra dolce al cucchiaio, marmellata e composta è che la frutta conserva la sua forma iniziale, il suo colore, il suo sapore e aroma. Inoltre, gli unici ingredienti usati sono l’acqua, lo zucchero ed il succo di limone.
Sono rimasta piacevolmente sorpresa e mi sono sentita trasportare indietro nel tempo l’ultima volta che sono stata a Salonicco e sono andata a prendere il caffé in un “kafenio”. Assieme al caffè, servito nel briki, ci hanno offerto un dolce al cucchiaio a base di melanzane bianche. Mi hanno spiegato che è ritornata l’abitudine di dare il benvenuto all’ospite-cliente, addolcendo i primi momenti...
Avendo ricevuto un sogno non posso che offrivi una ricetta!
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Dolce al cucchiaio di olive verdi
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Ingredienti: 1,2 Kg di zucchero, 1 Kg di olive verdi snocciolate, 800 gr di acqua, la scorza grattugiata di 4 limoni, il succo di 4 limoni.

Facciamo bollire l’acqua con lo zucchero per 5 minuti. Tagliamo a fette sottili le olive e le mettiamo nello sciroppo. Abbassiamo il fuoco ed aggiungiamo la buccia grattugiata ed il succo dei limoni. Facciamo bollire fin quando la miscela non si amalgama.

lunedì, novembre 20, 2006

Il Tango di Nefeli


Ho deciso di installare radioblog per addolcire con delle note musicali la lettura dei post... la canzone che propongo, attraverso la sua melodia di altri tempi, credo sia la compagna migliore durante il vostro soggiorno da queste parti...
In Italia viene chiamato "Il Tango Greco" o "Il Tango delle Nuvole", il nome originale in Greco è Tο Tango της Nεφελη (il Tango di Nefeli). In realtà questa musica non è un Tango, non viene né dall’Argentina né dalla Grecia, ma ha origine nella musica Celtica della compositrice irlandese Loreena McKennitt, che è maestra d'arpa, compositrice, attrice e cantante.
Questo meraviglioso brano, in origine solo strumentale, fu commissionato dal "National Film Board of Canada" per la colonna sonora di "The Burning Times". Nel 1991, tuttavia, fu inserito dalla compositrice nel suo album "The Visit" e chiamanyo "Tango to Evora". Qualche anno dopo, nel 1998, la musica è stata arrangiata in Grecia dalla grande Haris Alexiou, una delle più famose cantanti greche, salita al successo internazionale 1971 con la canzone "When a woman drink". Haris ha scritto anche le parole che accompagnano il brano... una piccola e preziosa fiaba, lontana dalle strorie dei tanghi... Nefeli è una fanciulla, due angeli vogliono portarla via e spengere i suoi ricordi. Zeus la fa fuggire trasformandola in una nuvola...
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Il cencio dorato che sui suoi capelli portava Nefeli, per differenziarsi da tutti nel vigneto
Sono arrivati due piccoli-piccoli angeli, e lo hanno rubato
Due piccoli angeli che nei loro sogni volevano Nefeli
Nutrirla con melagrana e miele, per non farle ricordare e farle dimenticare ciò che vuole,
la ammaliarono
Giacinti e gigli le hanno rubato il suo profumo e lo hanno indossato,
e gli amori mirandola con le frecce se ne burlano
ma il buon Zeus le ruba l’acqua della giovinezza
la trasforma in nuvola e la diffonde cosicché non la possano trovare
Due piccoli angeli che nei loro sogni volevano Nefeli
Nutrirla con melagrana e miele, per non farle ricordare e farle dimenticare ciò che vuole,
la ammaliarono
Il cencio dorato che sui suoi capelli portava Nefeli, per differenziarsi da tutti nel vigneto
Sono arrivati due piccoli-piccoli angeli, e lo hanno rubato
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Το χρυσό κουρέλι που στα μαλλιά της φόραγε η Νεφέλη, να ξεχωρίζει απ’ όλους μέσ’ τ’ αμπέλι
ήρθανε δυο μικροί, μικροί αγγέλοι, και το κλέψανε
Δυο μικροί αγγέλοι, που στ’ όνειρά τους θέλανε την Νεφέλη
να την ταΐζουν με ροδί και μέλι, να μην θυμάται να ξεχνά τι θέλει, την πλανέψανε
Υάκινθοι και κρίνα της κλέψανε τ’ άρωμα και το φοράνε, κι οι έρωτες πετώντας σαϊτιές την περιγελούν
μα ο καλός ο Δίας της παίρνει το νερό της εφηβείας την κάνει σύννεφο και την σκορπά
για να μην την βρουν
Δυο μικροί αγγέλοι, που στ’ όνειρά τους θέλανε την Νεφέλη
να την ταΐζουν με ροδί και μέλι, να μην θυμάται να ξεχνά τι θέλει, την πλανέψανε
Το χρυσό κουρέλι που στα μαλλιά της φόραγε η Νεφέλη, να ξεχωρίζει απ’ όλους μέσ’ τ’ αμπέλιήρθανε δυο μικροί, μικροί αγγέλοι, και το κλέψανε

sabato, novembre 18, 2006

Colori d'autunno... in un quadro o in una foto?


Secondo voi di che cosa si tratta?

giovedì, novembre 16, 2006

"Le beaujolais nouveau est arrivé"


... terzo Giovedì del mese di Novembre, l’attesa-tentazione al Primeur Vin (non Nouveau se vogliamo essere precisi) è terminata! Il Beujolais Nouveau non è un vino ma un preludio di sapore di primo autunno, anticipo di caratteri e colori della nuova vendemmia! Bicchiere gagliardo e simpatico.
Stasera per festeggiare l’evento preparo un buffet a base di: varietà di formaggi abbinati con delle marmellate fatte in casa (di castagna, di mele cotogne, di fagioli giganti di Prespa (!), pere-cannella, di fichi e di fichi d'india), degli affettati, e vari assaggini sotto forma di finger foods...
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You’re welcome...

domenica, novembre 12, 2006

Non esiste arte senza coercizione come non esiste godimento senza ribellione

Nel 1765 il Parlamento di Parigi (che all’epoca aveva anche competenze giuridiche) si occupò di un caso clamoroso. Un tizio, di nome Boulanger, possedeva un locale (il termine restaurant si affermò più tardi, nel 1786), ove serviva ai suoi clienti esclusivamente pollo lesso e carne con il loro sugo. Un giorno Boulager decise di arricchire il suo servizio verso la clientela e iniziò a cucinare zampette di agnello con la sauce paulette (a base di uova e limone).
A questo punto è doveroso ricordare che il periodo prerivoluzionario francese era il paradiso delle corporazioni. Nessuno poteva applicarsi ad un qualsiasi tipo di attività, se prima non veniva accettato dalla propria corporazione, ed ogni membro di questa doveva esercitare la professione all’interno di severissime regole, senza avere la possibilità di ampliare i “campi d’azione”.
Non appena, allora, la corporazione dei cuochi, coloro cioè che avevano il diritto esclusivo di vendere cibi cucinati (i cosiddetti ragù, in Francia), si informò sulle nuove attività di Boulanger (membro della corporazione dei produttori di bollito) attivò contro di lui una guerra giuridica senza pietà, accusandolo di vilipendio nei confronti della professione dei cuochi.
Il caso arrivò infine, come abbiamo visto, alla corte suprema, cioè al Parlamento, che cercò dopo una serie di riunioni di dare una soluzione a questo problema giuridico di difficile giudizio: se, cioè, la sauce paulette fosse una salsina all’interno della quale venivano cucinate le zampette di agnello (quindi ci si sarebbe trovati di fronte ad un cibo cucinato – ragù) o al contrario la sauce paulette fosse una preparazione a parte, che veniva versata sopra le zampette di agnello dopo la loro bollitura (quindi ci si sarebbe trovati di fronte ad un bollito, anche se “arricchito”).
La corte, alla fine, diede ragione a Boulanger, riconoscendo che la sua sauce paulette era una salsina, cioè un prodotto liquido che si versava sopra il piatto principale dopo il completamento della sua preparazione. E naturalmente decise che non ci fosse stata da parte di Boulanger una volontà di usurpazione dei privilegi della corporazione dei cuochi.
La preparazione culinaria di Boulanger richiamò a tal punto l’interesse gastronomico della società parigina – cosa abituale, d’altronde, in una società che si occupava di questioni serie -, così che questi, nonostante le sue umili origini e la modestia dei suoi ingredienti, irruppe anche nelle sale dei palazzi reali.
Nei nostri tempi, da quanto so, i tribunali non si sono ancora occupati di questioni simili. Salsine come quella inventata da Boulanger sono state ampiamente acquisite dalla nouvelle cousine. Immagino che sia semplice capire il perché queste non siano state acquisite dalle cucine regionali. Una cucina regionale, solidamente ancorata alla percezione della chiarezza estetica (visiva e gustativa), alla sobrietà espressiva e all’unità dei capitoli dei sapori, difficilmente si concilia con le salsine, la funzione delle quali consiste nella produzione di sapori intensi e complessi, differenti dal solito prodotto finale. Per questo le pochissime salse utilizzate dalle cucine regionali sono straordinariamente discrete e non sottraggono l’”innocenza” alla cucina casareccia.
Io, nel pieno possesso delle mie facoltà, sospinta da Brillat-Savarin e come novello Boulanger, sfido... abbinando una pietanza classica del Dodecaneso, lo spiedino di pesce (rigorosamente servito solo con olio e limone), con una salsa a base di zafferano... le corporazioni!
... le cose devono cambiare, se vogliamo che restino le stesse, in quanto non esiste arte senza coercizione e non esiste godimento senza ribellione.
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Spiedini di sarago con maionese allo zafferano.


Ingredienti per gli spiedini: due saraghi di 500 gr circa ciascuno sfilettati e senza pelle, 20 semi di coriandolo pestati, 20 grani di pepe bianco pestati, 3 cucchiai di origano fresco sminuzzato, sale, olio extravergine di oliva.

Ingredienti per la maionese allo zafferano: 2 tuorli, 1 gr di pistilli di zafferano fatti ammorbidire in 2 cucchiai di acqua per 2 ore, ½ spicchio di aglio ridotto in pasta, 1 cucchiaio di mostarda, 200 ml di olio extravergine di oliva, 1 cucchiaio di aceto di vino rosso, il succo di ½ limone, sale e pepe bianco macinato fresco.

Tagliamo ogni filetto in 4 o 5 listarelle. Infiliamo ogni filettino in uno spiedino (disponendolo a zig-zag). Intingiamo ogni spiedino nell’olio, saliamo e cospargiamo con il pepe, l’origano ed il coriandolo. In una ciotola battiamo con una frusta i tuorli con la mostarda e l’aglio. Versiamo poco a poco l’olio continuando a battere, fin quando l’olio venga ben “assorbito” dalle uova creando una crema. Alla fine aggiungiamo, sempre continuando a battere, lo zafferano con la sua acqua, il limone, l’aceto, il sale ed il pepe.Grigliamo gli spiedini in una padella ben calda mezzo minuto per ogni lato. Serviamo un poco di maionese in una tazza, infilando in un angolo due o tre spiedini.

sabato, ottobre 28, 2006

In occasione del primo anniversario della nascita di questo blog...


Una favola...
Una favola è in grado di farti sentire vero e vivo più di ogni altra cosa. Una favola non di quelle che uno può tranquillamente sentire in ogni misero angolo della quotidianità. Una favola di quelle che ci raccontavano da piccoli... che chiedevamo di riascoltare ancora e ancora... anche se sapevamo che non c’erano streghe ed erbe miracolose. Volevamo sentirle per la dolcezza che lasciavano nell’animo, per il viaggio che ci offrivano e basta.
Una favola forte come un pugno nello stomaco e rassicurante come un caldo abbraccio. In grado di far sciogliere tutti i pezzi ghiacciati dell’anima. Ghiacciati dalle persone che vanno di fretta per riuscire a raggiungere in tempo qualcosa di indefinibile anche per se stessi. Parole ghiacciate che sono stanche di tuffarsi nelle acque profonde ed affrontare la realtà. Si soffermano a giocare sulla superficie e sono contente guardando le bollicine che formano, anche se queste ultime si perdono in un attimo.
Pezzi di anima ghiacciati e sentimenti storditi, dagli sguardi che sono sempre stanchi e vuoti.
Una favola che ti ricorda che grande e forte diviene quello che non lasci che venga trascinato giù da tutto ciò che lo ghiaccia, che non “sprofonda” dalla superficie. Una favola “allarme”... che ti sussurra che il tempo non ti aspetterà per far sì che tu conosca coloro che ti stanno accanto. Coloro che sempre ritenevi tuoi...
E’ vero allora che quando ti innamori di qualcosa il tempo si ferma... per correre poi velocemente a rioccupare la sua posizione nella storia.
Una favola di qualità che corre come la penna su carta bianca, per conquistare ed assicurarsi l’esistenza della parola.
Questo è stato il principio per partire... per iniziare questo viaggio nel cibo, nel gusto, nel tempo e nei suoni. Voglio farvi viaggiare in posti lontani, in epoche diverse, in odori inebrianti che vengono emanati dal cuore delle ricette originali e dal “vestito” della storiella che le accompagna...
Un viaggio indietro nel tempo e all’interno della memoria...
Credo che solo quando una storia si racconta, guadagna la sua immortalità!
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Torta speziata di uva passa e noci.
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Ingredienti: 300 gr di uva passa, 450 gr di farina, 200 gr di zucchero, ½ cucchiaino di chiodi di garofano in polvere, 1 cucchiaino di cannella in polvere, 150 gr di noci tritate, ¼ di tazza di cognac, ½ tazza di spremuta fresca di arancia, 1 tazza di olio extravergine di oliva, 1 cucchiaio di lievito in polvere (da diluirsi nel succo di arancia), buccia grattugiata di arancia, ½ tazza di bicarbonato.

Preriscaldiamo il forno a 190°C. Facciamo rinvenire l’uva passa per 10 minuti nel cognac e poi la strizziamo. In una ciotola setacciamo la farina con le spezie. In un’altra ciotola più grande, battiamo lo zucchero e l’olio fino ad ottenere una crema e pian piano uniamo il succo di arancia (con il lievito), la buccia grattugiata, il bicarbonato, l’uva passa precedentemente ammollata e le noci. Aggiungiamo la farina a poco a poco, continuando a mescolare e fino ad ottenere un impasto denso. Versiamo in una teglia del diametro di 24 cm ed inforniamo per un’ora. Lasciamo raffreddare e serviamo.

martedì, ottobre 24, 2006

Diteci Amadeus...


Una conversazione esclusiva con W. A. Mozart
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Orizzontidelgusto, dando avvio al ciclo delle “Interviste improbabili”, visita - in occasione del 250° anniversario della nascita – il grande musicista a casa sua, a Salisburgo, e conversa con lui dei piaceri della vita e di altri “demoni”.
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L’ho incontrato all’inizio di Febbraio, in una giornata fredda, con la neve che dominava il paesaggio. Le strade erano state spazzate e così i carri potevano muoversi liberamente.
Sono salita attraverso la stretta scala di legno. Mi ha ricevuto nel piccolo salotto, indossando una vestaglia elegante. Era un po’ pallido, ma la parrucca mostrava grande accuratezza e civetteria.
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Vi ringrazio di avermi ricevuto... mi sento onorata e grata per il nostro incontro.
Il piacere è tutto mio. E’ tanto che volevo parlare con un’italiana, amante della storia, dell’arte e del sensazioni gustative... Inoltre so che avete un rapporto “particolare” con la Grecia. Sapete, la Grecia ha influenzato il mio lavoro...
Cominciamo dal Vostro nome di battesimo: Johannes Chrysostomus Wolfgangus Theophilus. Come si giustificano questi quattro nomi? “Colpa” del carattere austero di Vostro padre Leopold o di quello scherzoso di Vostra madre Anna Maria?
Vi ringrazio di questa domanda, perché voglio una volta per tutte chiarire la faccenda! I quattro nomi che mi furono dati si giustificano così: Johannes Chrysostomus, perché il 27 Gennaio, secondo il calendario cattolico, era intitolato a S. Giovanni Crisostomo; Wolfgangus, in onore di mio nonno paterno, Wolfgang Nikolaus Pertl! Theophilus, in onore del padrino (in tedesco Gottlieb), Johann Gottlieb Pergmayr. In seguito, invece, questo ultimo mio nome è stato mutato nel più armonioso Amadeus, traduzione latina di quello greco. Devo ammettere, però, che da bambino affettuosamente mi chiamavano Wolferl. Io, invece, nelle mie lettere firmo come Amadè, italianizzando il nome.
So che è difficile in questo strettissimo tempo a nostra disposizione rivedere un po’ tutti gli aspetti della Vostra vita, per tale motivo vorrei arrivare subito al nostro argomento. Al cibo. Amate il buon cibo?
A-ha il cibo... Riguardo al cibo sono poli-collezionista, come per la musica d’altronde. Sapete certamente che ho composto ogni forma di musica. Sinfonie, sonate, concerti, musica da camera, musica sacra, opere... La stessa cosa vale anche per le mie preferenze gustative! Non resto attaccato a qualcosa di stereotipato, ma voglio riscoprire ogni nuova esperienza gustativa.
Quando viaggiate – e viaggiate molto, da quanto so – quali sono le Vostre preferenze?
Preferisco sempre assaggiare la cucina regionale, con le sue specialità e, ovviamente, i suoi vini...
Ci potete dare un esempio?
Che vi posso dire... a Praga adoravo sempre il borsch, a Vienna lo snitzel, a Londra preferivo il rosbeef – era, d’altronde, l’unico piatto della cucina britannica che potevo accettare -, a Roma una pastasciutta al dente mi teneva sempre compagnia, però... è a Parigi che ho conosciuto i veri grandi pranzi – cene per lo più –, che hanno indelebilmente segnato la mia memoria.
Potete ricordarvi della composizione di un menù?
Certamente... Mio padre Leopold mi aveva abituato male, facendomi girare nei posti più aristocratici, per lo più nei palazzi reali, ma una cena è rimasta incisa nella cupola del mio palato. Era una domenica del 1788 e mi ricordo ancora il capolavoro compositivo: zuppa di piccole cipolle caramellate, spiedino di filetto di aringa, tartare di anguilla, cetriolo ripieno con midollo, vol-au-vent di petti di pollo con besciamella, pesce spada in salsa di capperi, anelli di filetto di pernice, lenticchie della regina, rape bianche scottate al burro, carciofi ravigote, gelatina di vino di Madeira, diverse insalate ed ovviamente una grandissima varietà di dolci.
Che cosa vi emoziona di più nella composizione di un piatto?
Mah, tutto quello che mi emoziona nella musica. L’assoluto equilibrio degli ingredienti, il tono corretto dei sapori, il dialogo tra gli ingredienti, il lungo retrogusto che equivale alla forza mnemonica di una melodia. E, certamente, la maestria, quando è accompagnata da una profondità interiore, e la passione, quando sa smaterializzarsi, per non essere un peso...
Conoscete Brillat-Savarin?
Chi... come l’avete chiamato?
Brillat-Savarin. E’ nato appena un anno prima di Voi, nel 1755.
Ammetto di no.
E Grimod de la Reynière?
Neanche costui.
Lui è nato appena due anni dopo di Voi, nel 1758. Entrambe sono stati dei grandi teorici della gastronomia. Il secondo, inoltre, scrisse un famoso aforisma: “il numero tredici porta male in una tavola, specialmente quando il cibo basta solo per dodici!”
Bello! Devo ammettere che questo signore, oltre che come teorico della gastronomia, deve essere ricordato anche per i suoi aforismi...
Il primo, invece, è colui che disse: “gli animali si nutrono, l’uomo mangia, ma solo l’uomo di spirito sa gustare mangiando!”
Ah, questo è ancora meglio. Sapete, però, non credo nelle teorie... e non mi interessano le teorie sul cibo. Mi interessa solo il cibo. Come non mi interessa la filologia della musica, ma la musica pulita.
Vi interessa l’innovazione? Volete aprire delle nuove strade?
Ho scritto una volta a mio padre qualcosa che risponde alla vostra domanda: “mai in vita mia ho tentato di essere un pioniere”. (Si è alzato e si è avvicinato ad un armadio di legno di rosa ed ha aperto un cassetto.)
Volete bere qualcosa? Un Kirsh? O un po’ di champagne?
In un flûte?
Sì, flûte enchantée! Lo champagne è sempre magico, come i miei flauti! (Risate)
Non è che il nostro drink ce lo dovrebbe servire il signor Salieri?
Oh, capisco il Vostro umorismo... sciocchezze! Il signor Salieri avrebbe potuto essere un sommelier eccezionale. Migliore che come compositore!
Per ritornare alla gastronomia, c’è qualche cuoco che stimate?
Sì, è un giovanotto per cui dicono tante cose... si chiama Metternich, Clemens von Metternich...
Ma, se non mi sbaglio, lui è un diplomatico.
Mia cara amica... ci sono, forse, migliori cuochi dei diplomatici?
Voi, tuttavia, non vi siete direttamente ispirato per le vostre composizioni al gusto.
Vi sbagliate!
Forse il finale dell’opera del Don Giovanni contiene qualcosa... i preparativi per una cena...
Questo è il minimo. Mentre nelle 12 Variazioni per piano K265, basata sulla vecchia canzoncina francese per bambini "Ah, vous dirais-je, maman" c’è tutta la memoria del mio rapporto con il gusto.
Ma non vedo una correlazione tra la K265 ed il gusto.
Orizzonti, mi deludete... mi avevano detto che nei vostri scritti siete abituata a connettere direttamente la funzione mnemonica con le passate esperienze del palato... specialmente le esperienze della nostra infanzia! Vi ricordo, allora, che l’eroe principale di questa canzoncina è la caramella!
Avete ragione. Non l’avevo mai pensato...
Vedete, solo le caramelle mi ricordano che una volta sono stato anch’io bambino. Viaggiando ininterrottamente, suonando di palazzo in palazzo, da clavicembalo a clavicembalo, cambiando dalle braccia del monarca a quelle della regina, sono cresciuto senza la mia infanzia. Solo le caramelle... per questo...
Per questo?
Per questo, siccome la mia musica, ovviamente, non cesserà di essere interpretata anche dopo duecentocinquant’anni, vorrei che mi ricordassero con qualcosa di dolce, qualcosa i cui colori ricordano i capelli dorati delle ninfe, con le tonalità dominanti del rosso. Ma per tutto questo mi affido a lei Orizzonti. Sapete, sfortunatamente dobbiamo finire qua... mi aspetta un signore sconosciuto che da tempo mi aveva ordinato un Requiem. Devo confessare che non l’ho ancora completato. Non devo fare tardi. Sarebbe una mancanza di rispetto.
Vi ringrazio. Cercherò di creare per Voi qualcosa di gustoso ed equilibrato.
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Halvas dorato per Amadè
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Ingredienti: 9 cucchiai di burro non salato, ½ cucchiaino di pistilli di zafferano, 1 tazza di zucchero, 2 cucchiai di latte bollente, 2 tazze di latte, 1/3 di tazza di pistacchi freschi di Bronte, 1 tazza di semolino grosso.
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Mettiamo i pistilli di zafferano con i due cucchiai di latte bollente per 30 minuti. In una pentolino sciogliamo un cucchiaio di burro e rosoliamo i pistacchi per 2 minuti. Togliamo la loro buccia e li mettiamo da parte. Sciogliamo lo zucchero nel latte a fuoco basso e manteniamo la miscela calda. Sciogliamo il resto del burro in un pentolino ed aggiungiamo un po’ del semolino, mescolando per 8-10 minuti, a fuoco basso, finché diventa di colore dorato. Versiamo poi questa nostra miscela nel latte zuccherato, che abbiamo mantenuto caldo, aggiungendo il resto del semolino ed il latte con lo zafferano. Mescoliamo continuamente, sempre a fuoco basso. Togliamo il pentolino dal fuoco e lo lasciamo in un posto caldo per 15 minuti. Aggiungiamo infine i pistacchi e serviamo.

lunedì, ottobre 16, 2006

“BEKKOΣ”, il pane della tribù più antica del mondo

L’idea era geniale e semplice: il popolo più antico del modo non poteva essere altro che quello che dette il nome al pane.
Gli egizi, prima del faraone Psammetico, si vantavano di essere l’etnia più antica del mondo. Psammetico, in base alla tradizione narrata da Erododo, voleva sapere la verità. Prese così due neonati da una famiglia e li affidò ad un pecoraio, a cui ordinò di abbandonarli in una capanna nel deserto e di passare solo per dare loro da bere e da mangiare, cosicché i bambini crescessero assolutamente da soli. Voleva sapere quale sarebbe stata la prima parola che avrebbero pronunciato.
Il faraone, per essere sicuro che il pecoraio non parlasse loro, gli tagliò la lingua!
Una mattina, aprendo la porta della capanna, il pecoraio vide i bambini correre verso di lui gridando la parola “BEKKOΣ”. Corse subito dal re per raccontare tutto. Il faraone ordinò ai suoi sacerdoti di venire a conoscenza, a tutti i costi, dell’origine di questa parola e del suo significato. Cosi sono venuti a sapere che “BEKKOΣ” significava PANE nella lingua dei Frigi. Da allora gli egizi accettarono che il popolo più antico fossero i Frigi e che il primo nome del prodotto dell’amore di Dimitra con Iasiona fosse il “BEKKOΣ”!
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mercoledì, ottobre 11, 2006

La trasformazione di una creazione spirituale in sensazione gustativa: la piramide di Cheope


Sul tappeto dorato del deserto, accanto al bocciolo aperto del delta, è fondata la tua piramide, antica colonna del cielo all’interno dell’oasi dimenticata dagli dei. Segrete formule hanno inciso la tua forma, interpretate da sacerdoti nati in stanze ornate di porfido, così che ancora oggi le stelle sorgono dalla tua cima ogni anno – appena il Nilo è pronto ad inondare con il suo fertile limo le sponde gemelle. Nascoste camere sepolcrali nel profondo del tuo interno, sotto strati di pietre trasportate da migliaia di schiavi bruciati dal sole – aspettando non il pane di grano e l’acqua, ma l’eternità, quando assieme al corpo del faraone accompagnavano la sua anima immortale oltre le stradine di pietra del palazzo. E tu – primitiva meraviglia del mondo resti nella notte, un’ombra immobile, una massa di pietre che pulsa, cuore del Sahara, dell’Egitto, dell’Africa. (B.M.)
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Torta di pere e ricotta salata
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Ingredienti: 5 pere, 100 gr di zucchero, 100 gr di zucchero a velo, 60 gr di miele, 160 gr di burro, 150 gr di ricotta salata, 3 uova, 230 gr di farina, 100 gr di noci tritate.
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Tagliamo le pere a metà, asportiamo i semi e le facciamo bollire in acqua con i 100 gr di zucchero, finché non si ammorbidiscano. Le scoliamo e le facciamo raffreddare. Battiamo il burro con il miele e lo zucchero a velo, aggiungono una ad una le uova fin quando diventa una mousse. Aggiungiamo la ricotta, la farina e metà delle noci. Poniamo il composto in una tortiera del diametro di 25 cm. Tagliamo le pere a fette sottili, e le disponiamo sulla superficie. Cospargiamo sopra il resto delle noci e cuociamo in forno preriscaldato a 180°C per 30 minuti e a 150°C per altri 10 minuti.

mercoledì, ottobre 04, 2006

La trasformazione di una creazione spirituale in sensazione gustativa: il Mausoleo di Alicarnasso

Hai vissuto la tua vita regnando, Mausolo – e anche se i vassalli non si ricordano delle grandi opere del tuo regno, hai lasciato dietro di te una struttura bellissima – ultima tua opera che ha inciso per secoli della Ionia le spiagge baciate dal mare. D’oro le statue degli animali e degli uomini, battaglie con Amazzoni, decorarono il marmo che i quattro artigiani innalzarono nell’inospitale terra. Vryaxis, Leochares, Skopas e Timotheos lavorarono il marmo per onorare della tua vita reale l’esistenza.
Mausolo, con la tua morte sei riuscito di più rispetto che in vita! Monumento unico, impresa maestosa – la più grande struttura archeoellenica che non fu mai dedicata a nessun dio, ma ad un umano – che anche se mortale sopravvisse al coltello affilato della dimenticanza. Mausolo vanaglorioso! Ti ricorderanno per secoli – anche adesso che le pietre hanno perso del marmo la lucidezza e che l’oro è scomparso – ancora adesso s’innalza caldo il sole sopra le spiagge Ionie e l’Egeo canta la tua canzone, al vento mormorando i segreti del tuo mausoleo. (B.M.)
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Fichi neri con ravani e crema di yogurt allo sciroppo di aceto balsamico
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Ingredienti per i fichi: ¾ di tazza di zucchero, ¾ di tazza di acqua, ¾ di passito di Pantelleria, 18-20 fichi, 1 stecca di cannella.
Ingredienti per il ravani: 1 tazza e ½ di burro a temperatura ambiente, 1 tazza e ½ di farina, ¾ di cucchiaio di sale, 1 cucchiaio di lievito in polvere, 1 cucchiaio e ½ di bicarbonato di sodio, 1 tazza e ½ di zucchero, 8 uova, 1 cucchiaino e ½ di vanillina, ¾ di tazza di mandorle, 2 tazze di semolino grosso, 1 tazza di semolino fine.
Ingredienti per la crema di yogurt: 1 tazza e ½ di yogurt, ¼ di tazza di crema di latte, 1 tazza di zucchero, 2 bacche di vaniglia.
Ingredienti per lo sciroppo di aceto balsamico: 1 tazza di aceto balsamico, 1 tazza di miele di timo, 2 foglie di alloro e 1 stecca di cannella.
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Prepariamo lo sciroppo facendo bollire lo zucchero con l’acqua, il vino e la stecca di cannella, mantenendo da parte un pochino di zucchero. Eliminate i piccioli dei fichi, metteteli in una teglia ed aggiungete lo sciroppo. Spolverate sui fichi lo zucchero che avevate messo da parte e cuocete in forno per 15-20 minuti.
Mescolate in una ciotola, la farina, il sale, il lievito ed il bicarbonato. Battete nel mixer lo zucchero con il burro ed i rossi d’uovo. Versate il contenuto della ciotola, la vanillina e le mandorle, fino ad ottenere un composto omogeneo. Infine, montate gli albumi a neve e dopo aver aggiunto attentamente il semolino, unite al composto fino ad ottenere un’amalgama liscia. Versate in una teglia imburrata e cuocete in forno preriscaldato per circa 40 minuti. Appena il ravani è cotto, preparate lo sciroppo facendo bollire ½ tazza di zucchero con ½ tazza di miele, 1 tazza di acqua, ½ cucchiaio di buccia di arancia grattugiata ed un pizzico di sale. Lasciate raffreddare il ravani e bagnatelo con lo sciroppo bollente. Il ravani va lasciato in frigorifero per una notte o altrimenti, in mancanza di tempo in freezer per due ore.
Battete nel mixer la crema di latte con i baccelli di vaniglia, aggiungete lo zucchero ed infine lo yogurt. Ponete tutto in frigorifero.
Preparate lo sciroppo facendo bollire l’aceto con il miele, le foglie di alloro e la cannella per 30-40 minuti.
In un piattino ponete una fettina di ravani, disponeteci sopra qualche spicchio di fico, versateci un cucchiaio di sciroppo di aceto balsamico ed un cucchiaio di crema di yogurt.