giovedì, aprile 26, 2007

I sette vizi capitali: Lussuria


Io venni in loco d'ogne luce muto,
che mugghia come fa mar per tempesta,
se da contrari venti è combattuto.
La bufera infernal, che mai non resta,
mena li spirti con la sua rapina;
voltando e percotendo li molesta.
Quando giungon davanti a la ruina,
quivi le strida, il compianto, il lamento;
bestemmian quivi la virtù divina.
Intesi ch'a così fatto tormento
enno dannati i peccator carnali,
che la ragion sommettono al talento.
E come li stornei ne portan l'ali
nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
così quel fiato li spiriti mali
di qua, di là, di giù, di sù li mena;
nulla speranza li conforta mai,
non che di posa, ma di minor pena.
E come i gru van cantando lor lai,
faccendo in aere di sé lunga riga,
così vid' io venir, traendo guai,
ombre portate da la detta briga;
per ch'i' dissi: «Maestro, chi son quelle
genti che l'aura nera sì gastiga?».
«La prima di color di cui novelle
tu vuo' saper», mi disse quelli allotta,
«fu imperadrice di molte favelle.
A vizio di lussuria fu sì rotta,
che libito fé licito in sua legge,
per tòrre il biasmo in che era condotta.
(Inf. V, 28-57)
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La lussuria intesa come vizio è un parto del Cristianesimo, in quanto genera turbamento nella volontà individuale, acceca la ragione e rende l’uomo incapace di controllare le proprie passioni. Per molte altre religioni, invece, la lussuria non rappresenta un male. Nella religione pagana classica era al contrario considerata un mezzo di contatto con il divino: nei Baccanali ad esempio i riti orgiastici rappresentavano il momento centrale del culto in onore di Bacco/Dioniso. Esisteva, inoltre, la prostituzione sacra, praticata dalle sacerdotesse di alcuni templi orientali. Ce ne parla, ad esempio, Erodoto (Storie: 1,199), quando ci informa su come venisse praticata a Babilonia: “È obbligo che ogni donna del paese, una volta durante la vita, postasi nel recinto sacro ad Afrodite, si unisca con uno straniero. …Per lo più il rito si svolge così: se ne stanno le donne sedute nel sacro recinto di Afrodite con una corona di corda intorno al capo: sono in gran numero, perché mentre alcune sopraggiungono altre se ne vanno; tra le donne si aprono dei passaggi, delimitati da corde e rivolti in tutte le direzioni, per i quali si aggirano i forestieri e fanno la loro scelta. Quando una donna si asside in quel posto, non torna più a casa se prima un qualche straniero, dopo averle gettato del denaro sulle ginocchia, non si sia a lei congiunto all'interno del tempio. Nell'atto di gettare il denaro, egli deve pronunciare questa frase: Invoco per te la dea Militta”.
Nell'induismo, poi, esiste una via iniziatica che si basa sulla lussuria, il Kama Sutra.
Nel Medioevo la lussuria era posta in stretta correlazione con il peccato di gola. Gli eccessi del cibo e la smodatezza del bere rendevano, infatti, fragile la vigilanza dei sensi, scioglievano i freni inibitori e conducevano ad atti sessuali disordinati. Gregorio Magno asseriva addirittura che la lussuria fosse causata da un’eccitazione degli organi genitali, provocata dalla pressione del ventre, gonfio a causa del troppo cibo. La medicina antica riteneva, infatti, che l’eccitazione fosse causata da un’eccessiva umidità nel corpo.
La lussuria non è a mio avviso propriamente un peccato, a meno che non ci si faccia travolgere dalle proprie pulsioni così tanto da perdere completamente il controllo di sé; quando cioè diviene follia, coinvolgendo persone non consenzienti. Direi, tuttavia, che oggigiorno non abbia ormai più senso… dovremmo altresì mandare tra le fiamme dell’Inferno gran parte della popolazione mondiale.
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A questo vizio ho pensato di associare la Pavola, un dolce che la Larousse Gastronomique ci dice essere stato concepito in seguito ad un concorso bandito da un giornale neozelandese, ma perfezionato dal pasticciere australiano Berth Sachse.
Se desiderate conoscere meglio la sua storia vi consiglio di leggere il post della piccola cuoca
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Pavlova
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Ingredienti per la meringa: 6 albumi, 180 gr di zucchero semolato, 180 gr di zucchero a velo.
Ingredienti per la composizione: 250 gr di panna fresca montata, 800 gr di fragole, 100 gr di zucchero.
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Montiamo gli albumi a neve aggiungendo un poco alla volta lo zucchero semolato. Quando la meringa sarà diventata soda, aggiungiamo lo zucchero a velo, girando piano piano con un cucchiaio dall’alto verso il basso, fin quando il composto risulti liscio. Preriscaldiamo il forno a 120°C. Rivestite una teglia di carta forno e disponeteci sopra la meringa dandole una forma rotonda di 23 cm di diametro (o se preferite potete farne tante del diametro di 6-7 cm) e 5 cm di altezza. Dal centro togliamo qualche cucchiaiata ed aggiungiamola alla parte periferica, in modo da creare al centro della meringa una depressione. Inforniamo per circa 1-1 e ½ ora. Quando è pronta lasciamola raffreddare. Puliamo e laviamo le fragole. Prendiamone la metà e passiamole nel mixer con i 100 gr di zucchero, rendendole una purea. Mettiamo la panna montata al centro della meringa, disponiamoci sopra le fragole che abbiamo lasciato intere e versiamoci su la purea. Questo dolce deve essere consumato subito, al massimo lo stesso giorno!

domenica, aprile 22, 2007

Tanti auguri Roma!


Secondo la tradizione Romolo voleva fondare la città sul Palatino, mentre Remo avrebbe voluto l’Aventino… sarebbe stato il Fato a decidere… “Siccome erano gemelli e il rispetto per la primogenitura non poteva funzionare come criterio elettivo, toccava agli dei che proteggevano quei luoghi indicare, attraverso gli auspici, chi avessero scelto per dare il nome alla nuova città e chi vi dovesse regnare dopo la fondazione. Così, per interpretare i segni augurali, Romolo scelse il Palatino e Remo l’Aventino. Il primo presagio, sei avvoltoi, si dice toccò a Remo. Dal momento che a Romolo ne erano apparsi il doppio quando ormai il presagio era stato annunciato, i rispettivi gruppi avevano proclamato re l’uno e l’altro contemporaneamente. Gli uni sostenevano di aver diritto al potere in base alla priorità nel tempo, gli altri in base al numero degli uccelli visti. Ne nacque una discussione e dal rabbioso scontro a parole si passò al sangue: Remo, colpito nella mischia, cadde a terra. E’ più nota la versione secondo la quale Remo, per prendere in giro il fratello, avrebbe scavalcato le mura appena erette e quindi Romolo, al colmo dell’ira, l’avrebbe ammazzato aggiungendo queste parole di sfida: "Cosi, d'ora in poi, possa morire chiunque osi scavalcare le mie mura". In questo modo Romolo s’impossessò da solo del potere e la città appena fondata prese il nome del suo fondatore.” (Livio, “Storia di Roma” I ,7)… Era il 21 aprile del 753 a.C. e da quel giorno sono passati 2760 anni!

Buon Compleanno, allora, mia adorata vecchia… ma sempre bellissima Signora!

venerdì, aprile 20, 2007

I sette vizi capitali: Gola


Qual è quel cane ch’abbaiando agogna,
e si racqueta poi che ’l pasto morde,
ché solo a divorarlo intende e pugna,
cotai si fecer quelle facce lorde
de lo demonio Cerbero, che ’ntrona
l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde.
Noi passavam su per l’ombre che adona
la greve pioggia, e ponavam le piante
sovra lor vanità che par persona.
Elle giacean per terra tutte quante,
fuor d’una ch’a seder si levò,
ratto ch’ella ci vide passarsi davante.
"O tu che se’ per questo ’nferno tratto",
mi disse, "riconoscimi, se sai:
tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto".
E io a lui: "L’angoscia che tu hai
forse ti tira fuor de la mia mente,
sì che non par ch’i’ ti vedessi mai.
Ma dimmi chi tu se’ che ’n sì dolente
loco se’ messo, e hai sì fatta pena,
che, s’altra è maggio, nulla è sì spiacente".
Ed elli a me: "La tua città, ch’è piena
d’invidia sì che già trabocca il sacco,
seco mi tenne in la vita serena.
Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:
per la dannosa colpa de la gola,
come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.
E io anima trista non son sola,
ché tutte queste a simil pena stanno
per simil colpa". E più non fé parola.
(Inf., VI, 28-57)
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Anche in questo caso un vizio di cui molti uomini si macchiano… anche in questo caso i primi golosi della storia furono Adamo ed Eva… rei di non aver saputo resistere ad una mela! Da sempre simbolo di corruzione morale, da cui scaturirono tutti i mali. Ritengo che sia un male del progresso e dell’abbondanza. Siamo sempre più ossessionati dal cibo… e dalle diete. L’obesità infantile è diventata ormai un problema sociale!
S. Agostino disse: “Sebbene io mangi e beva per la mia salute, vi si aggiunge come ombra una soddisfazione pericolosa, che il più delle volte cerca di precedere, in modo da farmi compiere per essa ciò che dico e voglio fare per salute. La misura non è la stessa nei due casi: quanto basta per la salute è poco per il piacere, e spesso non si distingue se è la cura indispensabile del corpo, che ancora chiede un soccorso, o la soddisfazione ingannevole della gola, che, sotto, richiede un servizio” (Le confessioni, 44). Il mondo occidentale ha superato da tempo “la misura”, trasformando il vizio in malattia… in disagio sociale e mentale.
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Biscotto caramellato con crema alla lavanda
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Ingredienti per il biscotto: 120 gr di burro, 180 gr di crema di latte, 180 gr di zucchero, 1 cucchiaio di succo di limone, 120 gr di farina, fiori di lavanda senza stelo.

Ingredienti per la crema: 750 gr di crema di latte, 150 gr di zucchero, 9 tuorli, 15 rametti di lavanda, 150 gr di panna montata, 10 gr di gelatina in fogli.
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Ponete sul fuoco una pentola con il burro, la crema di latte, lo zucchero ed il succo di limone. Appena inizia a bollire aggiungete farina e lavanda. Mescolate fino ad ottenere un composto omogeneo. Imburrate ed infarinate una teglia e stendeteci sopra delle cucchiaiate di pastella a formare dei rettangoli di 6 cm di lato. Mettete in forno preriscaldato a 180°C per 10-12 minuti. Lasciateli raffreddare e scollateli delicatamente con una spatola.
In una pentola battete i tuorli con lo zucchero ed aggiungete la crema di latte. Mettete sul fuoco ed unite i rametti di lavanda, che avrete legato in un mazzetto con del filo. Mescolate fin quando raggiunga la temperatura di 85°C, poi togliete dal fuoco. Aggiungete la gelatina, che avrete fatto precedentemente ammorbidire in acqua fredda, e mescolate fino a farla sciogliere bene. Lasciate raffreddare un po’ (non che si coaguli) ed unite la panna montata. Versate in una teglia rettangolare e ponete in frigorifero per qualche ora. Tagliate la crema in quadrati e servite ognuno tra due biscotti.

sabato, aprile 07, 2007

Χριστός Ανέστη! …Αληθώς Ανέστη!


In tutto il mondo, ormai, l’uovo è il simbolo della Pasqua.
A differenza di molte lingue europee che derivano la parola “Pasqua” dall’ebraico Pasach, le lingue germaniche usano, come quella inglese, la parola Easter, che deriva dal nome Eastre o Ostara, una dea anglosassone associata a vari aspetti connessi con il rinnovarsi della vita come la primavera, la fertilità e la lepre (per la velocità con cui prolifica). Secondo alcune leggende la dea avrebbe trasformato in lepre un uccellino morente di gelo, salvandogli la vita, e le lepre l’avrebbe ricompensata deponendo per lei delle uova dai magici colori scintillanti. Per tale motivo, Ostara è simboleggiata dall'uovo, che contiene in sé il principio della vita ed il bipolarismo maschile-femminile del divino. Da sempre, così, le uova sono il simbolo della vita che nasce, ma anche del mistero, quasi della sacralità.
Per i Greci il caos originario si metamorfizzò in Uccello e depose l’Uovo del mondo, embrione o germe della vita. L’uovo, quindi, oltre a simbolizzare il principio della vita originaria, simbolizza anche la rinascita dopo la morte. Tale concetto del resto è antichissimo… gli Egiziani facevano pronunciare al morto una formula (“Io sono l’uovo che era nel ventre della grande Oca”) con evidenti riferimenti alla trinità dell’uovo di Osiride: guscio, tuorlo, albume… ovvero nascita, morte e resurrezione.
I Babilonesi festeggiavano l’arrivo del nuovo anno scambiandosi delle uova. Anche in Persia come in Cina uova colorate di rosso erano il regalo per il nuovo anno.
Con l'avvento del Cristianesimo, l’uovo si è legato all’immagine della rinascita, non solo della natura, ma dell'uomo stesso… e di Cristo. L’usanza di scambiarsi uova tra i primi cristiani sembra sia legata ad una leggenda su Maria. Si narra che la Madonna facesse giocare Gesù Bambino con delle uova colorate e che il giorno di Pasqua, tornata sul sepolcro del Figlio, vi trovasse alcune uova rosse sul ciglio. Si racconta, anche, che Maria Maddalena si presentasse all'imperatore Tiberio per regalargli un uovo dal guscio rosso, testimonianza della Resurrezione di Gesù. Ancora oggi una delle tradizioni più sentite della chiesa Ortodossa è quella di offrire uova sode dipinte di rosso durante la Pasqua… ognuno tocca con la punta dell’uovo che tiene in mano, quella del vicino, dicendo: “Cristo è risorto!” (Χριστός Ανέστη) e l’altro risponde “Veramente è risorto!” (Αληθώς Ανέστη). L’uovo rotto diviene il sepolcro che si apre, a concreta testimonianza della resurrezione di Cristo.
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Vorrei augurarvi una Buona Pasqua offrendovi il tipico dolce pasquale che su nessuna tavola greca può mancare, lo Tsoureki… con le immancabili uova rosse.
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Tsoureki
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Ingredienti: 70 gr di burro, 100 gr di latte fresco, 160 gr di zucchero, 3 uova, 5 gr di machlepi, 5 gr di masticha pestata, 100 gr di acqua tiepida, 40 gr di lievito di birra, 600 gr di farina di grano duro, 1 uovo per spennellare e delle mandorle a fettine per guarnire.
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In una pentola scaldiamo il burro, il latte, lo zucchero, il machlepi e la masticha. Fate attenzione che non superi i 50°C. Togliamo dal fuoco ed aggiungiamo le uova. Giriamo ed amalgamiamo bene. In una ciotola facciamo sciogliere il lievito nell’acqua tiepida ed aggiungiamolo alla miscela di uova e burro. Infine aggiungiamo la farina ed impastiamo bene, fin quando l’impasto si stacchi bene dalle mani. Formiamo una palla. Incidiamo sulla superficie una croce. Copriamola con uno strofinaccio e lasciamola lievitare per tre ore in un luogo caldo, in modo che raddoppi il suo volume. Rimpastiamo leggermente e dividiamo l’impasto in tre parti uguali. Lavoriamo l’impasto con un po’ di farina, in modo che non si attacchi, e formiamo dei bastoncini. Possiamo arrotolare i bastoncini e formare delle girelle, oppure intrecciarli e formare una treccia. Ungiamo con dell’olio la placca del forno e disponiamo le girelle o la treccia. Lasciamo lievitare per almeno un’altra ora in un luogo caldo. Spennelliamo la superficie dello tsoureki con dell’uovo che avremo precedentemente battuto con un po’ di olio, cospargiamolo con le mandorle a fette. Mettiamo in forno precedentemente riscaldato a 180°C e facciamo cuocere per circa un’ora, fin quando lo tsoureki abbia un bel colore dorato.
Potete decorarlo, prima di metterlo in forno, con delle uova rosse.

mercoledì, marzo 21, 2007

«Μολών Λαβέ»... Venite a prendervele





Và e riferisci agli spartani, o straniero che passi, che obbedienti al loro comando
noi qui giacciamo.

Simonide

Non vorrei aggiungere altro, oltre questi versi, riguardo il film "300" di Frank Miller visto in anteprima mondiale in Grecia.

domenica, marzo 11, 2007

Frammenti del tutto


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Nel decennio scorso, Chema Madoz ha basato la propria poetica fotografica sull'iconografia dell'oggetto quotidiano, sullo sfondo dei quattro elementi (Acqua, Fuoco, Aria e Terra). Chema Madoz distorce le caratteristiche naturali di questi elementi, oppure utliizza le loro stesse proprietà per accentuare un particolare aspetto dell'oggetto in questione, ottenendone infine uno diverso. Nel 1985 ha casualmente notato la presenza di qualità simili in oggetti apparentemente diversi. Il suo linguaggio plastico si basa su questa osservazione fortuita. Considera l'oggetto sotto tre aspetti: l'oggetto inalterato, quello manipolato e infine l'oggetto inventato e costruito da lui in studio.
Chema Madoz sale ogni giorno nella soffitta della sua mente per scovare oggetti improbabili da costruire. Poi li fotografa per renderli più credibili. Sono scherzi sottili che guidano lo sguardo verso i confini dell’immaginazione. Chema Madoz, uno degli autori più famosi e peculiari nel panorama della fotografia spagnola contemporanea, è un visionario le cui straordinarie composizioni sono caratterizzate da un alone di surrealismo e di paradosso. Una foto di Chema Madoz si riconosce di primo acchito, nessuno può imitarlo e lui stesso non imita nessuno.
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Roma - dal 9 febbraio al 25 marzo 2007

domenica, febbraio 25, 2007

3D sidewalk art - L'arte anamorfica di Julian Beever







Julian Beever è il più famoso e rispettato street painter, specializzato nel disegnare sui marciapiedi formidabili opere anamorfiche. Per spiegare l'arte di Beever occorre entrare nel campo dell'illusione ottica dell'anamorfosi: dal greco ana (all'indietro) e morfi (forma) che sta a indicare un disegno di un'immagine distorta che, osservata obliquamente (anamorfosi piana) o riflessa in uno specchio curvo (anamorfosi curva), può essere vista nella sua prospettiva naturale.
Il termine anamorfico viene coniato nel 1600 grazie a Guidubaldo Del Monte con il suo trattato Perspectivae Libri Sex.
L'anamorfismo è un effetto di illusione ottica per cui un'immagine viene proiettata sul piano in modo distorto, tale per cui il soggetto originale sia riconoscibile solamente guardando l'immagine da una posizione precisa. Le opere creano una discordanza fra la prospettiva dell'ambiente e quella apparente dell'opera che il cervello non riesce a conciliare.
Il procedimento della anamorfosi fu molto apprezzato nel Rinascimento, utilizzato dagli artisti per nascondere scene erotiche o irriverenti. Anche Leonardo Da Vinci sperimentò le anamorfosi; infatti, un foglio del Codice Atlantico contiene due disegni anamorfici rappresentanti la testa di un bambino e un occhio.

martedì, febbraio 20, 2007

I sette vizi capitali: Avarizia


E io, ch’avea lo cor quasi compunto,
dissi: "Maestro mio, or mi dimostra
che gente è questa, e se tutti fuor cherci
questi chercuti a la sinistra nostra".
Ed elli a me: "Tutti quanti fuor guerci
sì de la mente in la vita primaia,
che con misura nullo spendio ferci.
Assai la voce lor chiaro l’abbaia,
quando vegnono a’ due punti del cerchio
dove colpa contraria li dispaia.
Questi fuor cherci, che non han coperchio
piloso al capo, e papi e cardinali,
in cui usa avarizia il suo soperchio".
E io: "Maestro, tra questi cotali
dovre’ io ben riconoscere alcuni
che furo immondi di cotesti mali".
Ed elli a me: "Vano pensiero aduni:
la sconoscente vita che i fé sozzi,
ad ogne conoscenza or li fa bruni.
In etterno verranno a li due cozzi:
questi resurgeranno del sepulcro
col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi.
(Inf., VII, 36-57)
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...è sorella della cupidigia, da cui non si separa mai... non affligge solo i ricchi, ma anche i poveri.
La bramosia che tende alla sterile accumulazione di beni (cupidigia) e la conservazione egoistica di tutto ciò ci appartiene (avarizia), sia esso materiale o spirituale, stanno sempre insieme. Avaro è quindi non solo colui che non vuol dividere le proprie ricchezze, ma anche le proprie conoscenze, la propria anima. L’avarizia è quindi contraria al precetto evangelico “Ama il prossimo tuo” e per tale ragione considerato da S. Paolo “la radice di tutti i mali”. Gregorio Magno osservò che l’avarizia, al contrario di peccati come la lussuria e la gola, che si consumano nel piacere della carne, si consuma nel piacere. Elenca, inoltre, le sette figlie che questa ha generato: la «obduratio contra misericordiam» (la durezza del cuore che impedisce di essere misericordiosi verso coloro che hanno bisogno), la «inquietudo mentis» ( l’eccessiva ansia nel ricercare le ricchezze) la «violentia» (violenza), la «fallacia» (l’inganno), il «periurium» (lo spergiuro), la «fraus» (la frode) e la «proditio» (il tradimento).
Per primo fu Plauto ad analizzare e canzonare la figura dell’avaro, che ha come unica ragione di vita, come centro di ogni pensiero il denaro, nascondendo insicurezza di sé e paura del futuro. Nel personaggio di Euclione, quindi, egli concentre grettezza, avidità, sospetto morboso nei confronti di tutti... Ad esso si ispirò Molière nel creare il personaggio di Arpagone, disposto a rinunciare a tutto pur di riappropriarsi del suo scrigno, all’amore... al mestiere di usuraio. L’avarizia è, quindi, un tarlo, una fissazione che rovina e nega la vita...
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Le scarselle dell’avaro (fagottini ripieni di cozze, provolone affumicato e olive)
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Ingredienti per la pasta: ½ Kg di farina di grano duro, 1 uova, 1 cucchiaio di olio di oliva, 1 cucchiaino di aceto, 1 cucchiaino di sale, 1 tazza di acqua tiepida.
Ingredienti: 1 Kg di cozze, 2 cipolle, 2 peperoni verdi, 2 pomodori maturi, 1 peperoncino, 2 spicchi di aglio, 200 gr di olive nere snocciolate, 4 cucchiai di olio extravergine di oliva, un po’ di rosmarino, 1 filetto d’acciuga, 60 gr di yogurt, 60 gr di provolone affumicato, 60 gr di fior di latte, 60 gr di feta, un po’ di burro, un ciuffetto di prezzemolo.
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Preparate la pasta, cospargetela di farina, copritela con uno strofinaccio umido e lasciatela riposare per un’ora. Stendetela fino a quando non abbia lo spessore di mezzo centimetro, tagliatela in strisce di 10 cm di larghezza e poi ogni striscia in quadrati.
In una pentola facciamo aprire le cozze, facendole cuocere con una spruzzatina di ouzo, uno spicchio d’aglio ed una manciata di prezzemolo tritato. Le sgusciamo.
Affettiamo sottilmente le cipolle, i pomodori e i peperoni, versiamoli in un tegame e facciamoli soffriggere con due cucchiai di olio, mezzo spicchio di aglio tritato finemente ed il peperoncino, fin quando si assorbe tutta l’acqua.
Nel mixer frulliamo le olive, mezzo spicchio di aglio, il rosmarino, l’acciuga e due cucchiai di olio, fino a farli diventare una purea, che metteremo da parte.
Nel mixer poi frulliamo lo yogurt, il provolone affumicato, la feta ed il fior di latte, fincé diventino una crema.
Riempiamo ogni quadrato di pasta con due o tre cozze (dipende dalla loro grandezza), un po’ di soffritto, un po’ di crema di formaggio ed un po’ di purea di olive. Chiudiamo unendo prima i quattro angoli e poi i lati a formare dei fagotti.Facciamo cuocere i fagottini in acqua bollente per tre-quattro minuti, li scoliamo e li saltiamo in padella con un poco di burro.

lunedì, febbraio 19, 2007

Aurora Borealis





Foto di Paul Nicklen

E' partita la missione "Themis" che studierà il fenomeno dell'aurora boreale, cioè il fenomeno ottico caratterizzato da bande luminose di colore rosso-verde-azzurro, detti archi aurorali.

martedì, febbraio 13, 2007

I sette vizi capitali: Ira


In la palude va c'ha nome Stige
questo tristo ruscel, quand' è disceso
al piè de le maligne piagge grige.
E io, che di mirare stava inteso,
vidi genti fangose in quel pantano,
ignude tutte, con sembiante offeso.
Queste si percotean non pur con mano,
ma con la testa e col petto e coi piedi,
troncandosi co' denti a brano a brano.
Lo buon maestro disse: «Figlio, or vedi
l'anime di color cui vinse l'ira;
e anche vo' che tu per certo credi
che sotto l'acqua è gente che sospira,
e fanno pullular quest' acqua al summo,
come l'occhio ti dice, u' che s'aggira.
Fitti nel limo dicon: "Tristi fummo
ne l'aere dolce che dal sol s'allegra,
portando dentro accidïoso fummo:
or ci attristiam ne la belletta negra".
Quest' inno si gorgoglian ne la strozza,
ché dir nol posson con parola integra».
(Inf., VII, 106-126)
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Nessuno, né Dio (nei confronti di Adamo), né Cristo (verso i mercanti del tempio), si è sottratto a questo sentimento...
L'ira è un sentimento che mette l’animo in conflitto con il mondo esterno o con se stesso, che ci fa perdere il controllo delle nostre azioni e che tira fuori da noi una componente irrazionale... per tale ragione, come ci ricorda Aristotele, non si deve confondere con l' odio, che è invece un sentimento razionale volto alla distruzione. Per Aristotele, tuttavia, "L'ira è necessaria; senza il suo apporto - senza che essa invasi l'anima e infiammi il coraggio - non è possibile affatto affrontare alcuna battaglia; ma bisogna farne uso opportuno, ponendola al nostro servizio e non viceversa... Arrabbiarsi è facile, ne sono tutti capaci, ma non è assolutamente facile, e soprattutto non è da tutti arrabbiarsi con la persona giusta, nella misura giusta, nel modo giusto, nel momento giusto e per la giusta causa" (Etica a Nicomaco). Dobbiamo quindi conoscere le nostre passioni e saperle controllare, ma non reprimerle, dobbiamo dar loro espressione... ma nella "giusta misura". Non è di questo parere, invece, Seneca, secondo cui l’ira, anche se controllata è sempre un male: “una passione sotto controllo non è altro che un male sotto controllo” (De Ira).
Io ritengo che l’ira sia un male solo se irragionevole, al pari dell’arrendevolezza e della magnanimità. L’ira “buona” è per me l’ira per zelum, di cui parla S.Tommaso, ossia quella che mossa da un profondo senso di giustizia, ci permette di sdegnarci del male commesso.
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Le lingue dell’iracondo (filetti di pagro in crosta di cocco piccante)
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Ingredienti: 800 gr di filetti di pagro, 2 peperoncini rossi sminuzzati, 4 cucchiai di salsa di soia leggera, 1 cucchiaio di coriandolo fresco tritato, il succo di 2 lime, 100 ml di nam-pla (salsa di pesce tailandese), 4 cucchiai di birra, 1 cucchiaio di olio extravergine di oliva, 40 gr di farina, 65 gr di maizena, 4 cucchiai di farina di cocco, olio di semi di girasole per friggere.

Tagliate i filetti in strisce di 2-3 cm di spessore. In una ciotola mettete metà del peperoncino, la salsa di soia, il coriandolo, il succo di lime e metà della nam-pla. Versate questa salsa sui filetti e lasciateli marinare per mezz’ora in frigorifero. Miscelate nel mixer il restante peperoncino, con l’altra metà di nam-pla, la birra, l’olio, la farina e la maizena. Aggiungete tanta acqua quanto basta a formare una pastella leggera. Lasciatela riposare per 10 minuti. In una padella profonda, fate scaldare bene l’olio. Togliete i filetti dalla marinatura ed immergeteli uno per uno nella pastella, in modo che ne siano avvolti, panateli con la farina di cocco, immergeteli nell’olio bollente e friggeteli un poco per volta, per qualche minuto, finché siano dorati e croccanti.

Potete servirli con del riso jasmine cotto al vapore, condito con un po’ di salsa nam-pla e guarnito con foglie di coriandolo e fette di lime.

domenica, febbraio 11, 2007

World Press Photo Winners Gallery 2007

World Press Photo of the Year 2006
Spencer Platt, USA, Getty Images
Young Lebanese drive through devastated neighborhood of South Beirut, 15 August


Spot News: 1st prize singles
Akintunde Akinleye, Nigeria, Reuters.
Man rinses his face after gas pipeline explosion, Nigeria, 26 December


Sports Action: 1st prize singles
Max Rossi, Italy, Reuters.
World Championship Gymnastics, Denmark, 14 October

Winners Gallery 2007

giovedì, febbraio 08, 2007

I sette vizi capitali: Invidia


"Oh!", diss’io, "padre, che voci son queste?".
E com’io domandai, ecco la terza
dicendo: "Amate da cui male aveste".
E ’l buon maestro: "Questo cinghio sferza
la colpa de la invidia, e però sono
tratte d’amor le corde de la ferza.
Lo fren vuol esser del contrario suono;
credo che l’udirai, per mio avviso,
prima che giunghi al passo del perdono.
Ma ficca li occhi per l’aere ben fiso,
e vedrai gente innanzi a noi sedersi,
e ciascuno è lungo la grotta assiso".
Allora più che prima li occhi apersi;
guarda’mi innanzi, e vidi ombre con manti
al color de la pietra non diversi.
(Purg., XIII, 34-48)
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L'invidia è il desiderio smodato di possedere ciò che gli altri possiedono... è sofferenza per il bene degli altri. Invidioso è colui che “invidet” (guarda di traverso) un altro uomo, perché non riesce a sopportare che costui goda di un qualche bene che lui non possiede. E’, come la superbia, quello più insito nell’essere umano... (chi di noi non è stato almeno una volta in vita sua invidioso...) e più attuale. Ancora una volta il primo a macchiarsi di tale vizio fu Lucifero, il quale non sopportava che l’uomo godesse di una vicinanza a Dio a lui negata. Poi fu la volta di Caino che non sopportava che suo fratello Abele fosse più amato da Dio; e così via... L'invidia dunque contravviene al precetto evangelico dell'amore verso il prossimo e distrugge la fraternità che Dio ha voluto ci fosse tra gli uomini.
Esiodo, nelle “Due Contese” (Le opere e i giorni, 11-26), individua due tipi di invidia, una buona, che è posta alle radici della terra e che genera negli uomini orgoglio e competizione... ma per migliorare se stessi, che spinge il contadino ozioso ad arare bene, a seminare in maniera eccellente il proprio campo ed a costruirsi una bella casa, per raggiungere lo stesso benessere del proprio vicino... ed un’invidia cattiva, sciagurata, che fa prosperare la guerra e la lotta... “Di Contese non c'è un solo genere, ma sulla terra due ce ne sono: l'una chi la capisce la loda, ma l'altra è degna di biasimo, perché hanno un'indole diversa ed opposta: l'una infatti favorisce guerra cattiva e discordia, crudele, nessun mortale l'ama, ma costretti, per volontà degli dèi, rispettan la triste Contesa”.
Ritengo che l’invidia sia anche il più pericoloso dei peccati... di solito non resta mai senza conseguenze: non solo semina sospetto e diffidenza, ma molto spesso si trasforma in conflittualità, violenza... e morte.
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Zucca rossa d’invidia
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Ingredienti: 1 spicchio d’aglio ridotto in poltiglia, 1 cucchiaino di cumino in polvere, due peperoncini rossi sminuzzati, 1 cucchiaio di aceto di riso, 4 cucchiai di zucchero di canna, 2 cucchiai di salsa di soia, 3 cucchiai di olio extravergine di oliva, 1 cucchiaio di olio di sesamo, 1 piccola zucca gialla privata dei semi e tagliata a fette.

In una piccola casseruola fate cuocere l’aglio, il cumino, il peperoncino, l’aceto e lo zucchero. Appena iniziano a bollire, abbassate la fiamma e lasciate cuocere lentamente, fin quando diventa uno sciroppo leggero. Travasatelo in una ciotola ed aggiungete la soia, l’olio di oliva e quello di sesamo. Sbollentate per 10 minuti le fette di zucca in acqua salata, scolatele bene e mettetele a marinare nella miscela di olio e peperoncino. Di seguito, arrostitele per 10-12 minuti sul grill, fino a quando siano caramellate, avendo cura di girarle spesso. Servitele calde cospargendole con lo sciroppo di peperoncino.

domenica, febbraio 04, 2007

I sette vizi capitali: Superbia

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Ancora 7... ma questa volta per parlare di qualcosa che è parte della natura umana... i sette vizi capitali. Chi di noi può affermare con assoluta certezza di non essere stato mai sfiorato almeno una volta dal soffio di uno di essi? A dire la verità sono proprio loro a rendermi più simpatico l’uomo... sono proprio loro che rendono ogni essere umano... “umanamente imperfetto”.
Aristotele li definì "gli abiti del male". I vizi deriverebbero, cioè, dalla ripetizione di azioni che formano in chi le compie una sorta di "abito" che lo inclina in una certa direzione. Aristotele, definiva il male, come pure il bene, degli “accidenti” che appartengono alla categoria della qualità. Il male consisterebbe nel fallimento della tendenza naturale verso la causa finale che è il bene: "Ciò che ha potenza d'esser mosso o di agire in un determinato modo è buono; e ciò che ha potenza di essere mosso o di agire in un altro modo contrario al primo è cattivo". Il bene e il male divengono così atti della volontà, conducendo il problema del male nella sfera morale. In tal modo da noi dipende l’agire come pure il non agire. Poiché, infine, l'oggetto della volontà dipende sempre dal giudizio che l'intelletto dell'uomo dà all'azione stessa, può capitare che, per ignoranza, l’uomo può valutare bene ciò che è invece male. Tuttavia, per Aristotele esiste il “giusto mezzo” che ci permette di superare l'ignoranza. E’ la ragione, infatti, che permette di stabilire ciò che effettivamente è bene e ciò che è male: tutto ciò che per eccesso o per difetto va oltre è male.
Tuttavia, il sistema dei sette vizi o peccati capitali venne messo a punto da papa Gregorio Magno, che si basò sul numero 7, utilizzato dalle Sacre Scritture per indicare la perfezione dell’eternità. Il sistema da lui creato non solo legava i vizi gli uni agli altri, ma stabiliva tra loro anche una gerarchia. Gregorio vide, infatti, l’origine di tutti i vizi nella Superbia, il primo peccato di Lucifero e di Adamo, che si erano ribellati e paragonati a Dio. Da questa poi derivavano tutti gli altri: “la vanagloria genera l'invidia poiché chi aspira a un potere vano soffre se qualcun altro riesce a raggiungerlo. L'invidia genera l'ira, perché quanto più l'animo è esacerbato dal livore interiore tanto più perde la mansuetudine della tranquillità.... Dall'ira nasce la tristezza, perché la mente turbata, quanto più è squassata da moti scomposti tanto più si condanna alla confusione, e, una volta persa la dolcezza della tranquillità, si pasce esclusivamente della tristezza. Dalla tristezza si arriva all'avarizia, poiché, quando il cuore, confuso, ha perso il bene della letizia interiore, cerca all'esterno motivi di consolazione e non potendo ricorrere alla gioia interiore, desidera tanto più ardentemente possedere i beni esteriori” (Gregorio Magno, Moralia in Iob, XXXI, XLV).
Nel Medioevo il sistema di Gregorio divenne il principale schema di interrogazione del penitente. La sua fortuna finisce, però, in epoca moderna, quando la penitenza smise di essere il mezzo di pacificazione dei conflitti sociali e divenne analisi interiore delle coscienze dei singoli individui..
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SUPERBIA... l’origine di tutti i peccati
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È chi [superbo] per esser suo vicin soppresso
spera eccellenza, e sol per questo brama
ch’el sia di sua grandezza in basso messo;
è chi [invidioso] podere, grazia, onore e fama
teme di perder perch’altri sormonti,
onde s’attrista sì che ’il contrario ama;
ed è chi [iracondo] per ingiuria par ch’aonti,
sì che si fa della vendetta ghiotto,
e tal convien che il male altrui impronti.
Questo triforme amor qua giù di sotto
si piange...
(Purg. XVII, 115-125)
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Il peccato più insito nella natura umana... ogni uomo è teso all'affermazione della sua identità, al bisogno di riconoscimento da parte degli altri! Ma è anche il più contemporaneo di tutti... in quanto trova il suo luogo ideale in una società come quella attuale in cui prevale l’individualità, in cui l’orgoglio ha lascito spazio all’arroganza. L'orgoglio ci porta a difendere la nostra dignità di esseri umani, ad avere una giusta e “sana” stima di noi. Ma quando l'orgoglio travalica, si trasforma in arroganza... in superbia. C.S. Lewis giustamente a proposito a tal proposito disse: “C’è un vizio dal quale nessuno al mondo è esente; un vizio che ognuno aborrisce quando lo vede in altri, e di cui ben pochi... immaginano di essere a propria volta colpevoli... Non c’è difetto che renda un uomo più malvisto, e nessuno di cui siamo meno consapevoli in noi stessi. E più ne siamo intrisi, più lo detestiamo nel prossimo”.
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Mele della superbia
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Ingredienti: 2 mele Granny Smith, 50 gr di noci sminuzzate, 50 gr di uva passa, 50 gr di mandorle pelate e sminuzzate, 200 gr di prugne secche, 4 pizzichi di garam-masala, 1 cucchiaino di semi di senape, 20 gr di burro, 2 cucchiai di crema di latte, 1 cucchiaio di zucchero di canna.
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Bollite per 5 minuti i semi di senape in mezzo litro di acqua. Li scolate. In un pentolino fate bollire noci ed uva passa con l’acqua che basta appena a ricoprirli. Appena arrivano all’ebollizione, toglieteli dal fuoco e lasciateli gonfiare per 5 minuti e poi scolateli.
Preriscaldate il forno a 180°. Tagliate le mele in due senza sbucciarle e privatele della parte centrale. Ponete le mele, con la parte incavata rivolta verso l’alto, in un teglia. Cospargetene ognuna con un cucchiaino di burro, lo zucchero di canna, le mandorle ed il garam-masala. Mettete in forno per 20 minuti. Preparate una crema battendo nel mixer le prugne e la crema di latte, fino ad ottenere un composto omogeneo. Versatelo in una ciotola ed aggiungete le noci, l’uva passa e la senape bollita, amalgamando il tutto. Togliete le mele dal forno, lasciatele freddare. Formate delle piccole chenelle e riempite con ognuna di esse le metà mele.

lunedì, gennaio 22, 2007

Solidarietà, democrazia in pericolo... e zuppa razzista

Nella rassegna stampa di stamattina tre articoli hanno attirato la mia attenzione... tutti avevano come oggetto l'altruismo... ma con sfaccettature completamente diverse.
Il primo riguardava la notizia, comparsa su Nature Neuroscience, della scoperta nel cervello, attraverso metodiche diagnostiche (Risonanza Magnetica Funzionale), del centro responsabile dell'altruismo.
Il secondo annunciava la morte dell'Abbé Pierre, fondatore di Emmaus (Movimento Internazionale di Solidarietà per la Giustizia), che aveva fatto della solidarietà e dell'altruismo una ragione di vita.
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Il terzo dava notizia che il Consiglio di Stato Francese, la più alta corte amministrativa di Francia, ha deciso di proibire alle unioni caritatevoli private di distribuire zuppa di maiale ai senzatetto, stabilendo che offrire zuppa contenente carne di maiale o lardo è un atto di razzismo, perché alcuni senzatetto potrebbero essere musulmani o ebrei e che potrebbe minacciare l'ordine pubblico, scatenando reazioni rabbiose.

Ad una prima lettura di quest'ultimo articolo si potrebbe rimanere perplessi... ancora di più poi se si pensa che assieme alla zuppa queste organizzazioni "caritatevoli" distribuivano anche altri alimenti e vestiti! Sembrerebbe una notizia stridente... Perché vietare la distribuzione di zuppa contenente carne di maiale? Perché si parla di atto di razzismo? Perchè la sua distribuzione minaccerebbe l'ordine pubblico, tanto da scatenare reazioni rabbiose?


Se andiamo ad analizzare il nocciolo della questione emerge una realtà che lascia perplessi per altri motivi...

"Solidarité des Français" (SdF) è un'organizzazione umanitaria che gestisce la distribuzione di "soupe au cochon" (zuppa di maiale), piatto tradizionale francese, a Parigi, Strasburgo e Nizza. Lo scopo principale di SdF, nella distribuzione di zuppa, è quello di escludere gran parte dei senzatetto, musulmani per lo più, ma anche ebrei, che non mangiano carne di maiale. Si tratta, quindi, di un progetto disumano visto che gioca con la fame, le credenze e la civiltà di centinaia di persone, che non sono in grado di difendersi. E' un atto meschino travestito da atto di solidarietà!
Harold Pinter in "
Voices in the Tunnel" dice: "...credo che sia colpa del modo con il quale utilizziamo la lingua, il fatto che siamo caduti in questa trappola tremenda, ove parole come libertà, democrazia, valori cristiani, vengono utilizzate per giustificare barbarie ed azioni politicamente scorrette. Abbiamo il serio dovere di sottoporre termini del genere ad un intenso controllo critico. Se non lo facciamo, tanto la nostra etica, quanto il nostro giudizio politico resteranno mortalmente indeboliti..."

Ho creduto necessario postare la ricetta ufficiale della zuppa, assieme alle istrizioni necessarie alla perfetta organizzazione della distribuzione, dettate da SdF... capirete così meglio il suo carattere xenofobo.

SOUP AU COCHON

Preparazione: 2 ore per 2 persone - Cottura: 3 ore

Ingredienti: 2 Kg di pancetta affumicata, 1 orecchio di maiale, 2 zampe e 2 code di maiale, 1 Kg di cipolle, 2 Kg di carote, 2 Kg di patate, 1 kg di porri, 1 Kg di sedano, sale grosso.

Inoltre...: 5 lt di vino di Héraut, 6 baguette, 6 Camembert, 4 grandi barre di quattro/quarti bretone, clementine, 250 gr di caffè + zucchero.

Il materiale, acquistato o recuperato, viene riutilizzato per ogni distribuzione, tranne le ciotole, i cucchiai, i tovaglioli ed i bicchieri che vengono buttati. Sbucciamo le verdure, le laviamo e le tagliamo a pezzetti. La stessa cosa facciamo con la carne, cosicché non sia necessario l'uso di coltelli. Bolliamo tutto in acqua e saliamo. Non dobbiamo aggiungere molta acqua: si dice "zuppa" di maiale, ma il risultato finale è molto meno acquoso di una zuppa classica. Servono 3 ore per la cottura, controlliamo che carne e verdure siano ben cotte. Travasiamo la zuppa nel frigo portatile: la mantiene calda e si chiude ermeticamente.

Una persona distribuisce, ad ogni commensale: una ciotola di zuppa ed un tovagliolo di carta. Un'altra dà un pezzo di pane. Una terza persona dà un bicchiere di vino. Formaggio e dolce sono distribuiti dopo. Il caffè sarà preparato prima e portato nei thermos. Un thermos già zuccherato (8 zollette per ogni litro di caffè) e l'altro non zuccherato.

I vestiti vengono distriduiti alla fine.

Munitevi di dépliants dell'associazione da distribuire ai passanti.

Munitevi di un sacchetto per l'immondizia. E' molto importante lasciare il posto pulito.

Niente file o turni di precedenza. Un'unica condizione è necessaria per mangiare con noi: mangiare la carne di maiale. In caso di dubbio, chiedere la carta di adesione all'associazione SdF. Se la persona non è munita di carta, chiedete i suoi dati e spiegategli che sarà accettato solo se presentato da due nostri membri. Dovete fargli capire che non ne abbiamo abbastanza neanche per i nostri.

Attenzione, formaggio, dolce, caffè, frutta e abiti vanno assieme alla zuppa di maiale: niente zuppa, niente dolce... L'unico nostro motto è: i nostri prima degli altri.



Questo è il filmato che pubblicizza l'azione di SdF. Immagini spiacevoli e parole innocenti accompagnate da bella musica. Ma... il risultato fa rabbrividire.

sabato, gennaio 20, 2007

Solo nei sogni l'uomo è completamente libero... tutto è possibile!





"Il Surrealismo è un automatismo psichico puro con il quale ci si propone di esprimere, sia verbalmente che in ogni altro modo, il funzionamento reale del pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica o morale".

"Manifeste surréaliste"
Andrè Breton

sabato, gennaio 13, 2007

Fusione per incorporazione

coffee with a "drop" of milk
IreneM


hot coffee, cold milk...
IreneM

... senza che vi sia transizione fra le due fasi, solo un intervallo di temperatura in cui diventano progessivamente sempre più "uniti" fino a fondersi.

Buon week-end.

mercoledì, gennaio 10, 2007

La magia del 7


Il prodigio dei numeri... un argomento che mi ha sempre affascinato. I numeri governano, senza neppure rendercene conto, ogni aspetto della nostra vita... “tutto è un numero” affermavano i Pitagorici! Galileo diceva, inoltre, che l’universo è “scritto con il linguaggio dei numeri”. Il linguaggio dei numeri, infatti, si fa leggere e capire da noi in modo più preciso e non controverso... le osservazioni quantitative della realtà sono più precise, meno soggettive, e quindi più oggettive di quelle qualitative!
Uno dei numeri che più mi affascina è il 7... fin dall'antichità, considerato un numero magico e misterioso.
Gran parte delle proprietà attribuitegli risalgono all'astrologia babilonese che per prima aveva riconosciuto 7 pianeti ed aveva diviso il mese lunare in cicli di 7 giorni. Il 7 venne quindi considerato sacro proprio perché allora rappresentava il cosmo e la sua perfezione. Tutte le civiltà antiche hanno sviluppato un sim­bolismo numerico e in molte di esse il 7 è considerato numero sacro, unico e immobile. Secondo la scuola pitagorica il 7 è “amitor” (senza madre) in quanto non è un prodotto fattoriale ed è generato solo dall'unità. E’ simbolo di perfezione in quanto risultato della somma del 3 (lo spirito, il maschile) e del 4 (la materia, il femminile), che esprimono due forme perfette: il triangolo equilatero ed i quadrato. Essi sono anche i numeri basilari della Piramide (la base quadrata, i quattro lati triangolari). Per tale ragione, in epoca antica, il sette veniva rappresentato come un quadrato sormontato da un triangolo.
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I Greci associavano il 7 all’adorazione di Apollo e di Selene. Sette erano le vacche sacre del dio cantati da Omero (“All'isola della Trinacria arriverai: là numerose pascolano le vacche e le pingue grecci del sole, sette armenti di vacche e sette belle greggi di pecore...” Odissea, XII, 127-133) e sette le corde della lira (strumento al dio tanto caro). Nella mitologia sette erano i fanciulli e sette le fanciulle inviate a Creta come pasto per il Minotauro. Il 7° giorno dalla nascita si dava il nome al neonato... ed ogni 7° giorno gli Spartani facevano sacrifici ad Apollo! Sempre nella tradizione greca, 7 erano i Sapienti e 7 le Meraviglie del Mondo, sintesi della perfetta armonia tra pensiero ed azione. Il sistema Tolemaico poneva al centro dell'Universo la terra, attorno a cui ruotavano, sette sfere concentriche dette Cieli (la Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno). Sette sono anche le stelle che compongono l’Orsa Maggiore ed altrettante quelle che formano l’Orsa Minore.
Il numero 7 è anche un numero ricorrente nella storia di Roma. La città è stata costruita su 7 Colli (Capitolino, Esquilino, Palatino, Quirinale, Viminale, Celio e Aventino). Fondata da Romolo il 21 (multiplo di 7) Aprile, è stata governata da 7 re (Romolo, Numa Pompilio, Tullo Ostilio, Anco Marzio, Tarquinio Prisco, Servio Tuillo e Tarquínio il Superbo). La leggenda vuole, poi, che la città divenne "eterna” per 7 oggetti ivi condotti perché di buon auspicio: l'ago di Cibele (una pietra nera adorata in Asia minore); la quadriga donata dalla città di Veio; le ceneri di Oreste, figlio di Agamennone; lo scettro di Priamo, re di Troia; il velo di Ilione; la statua di Atena Pallade; i dodici scudi Ancili. Roma è, inoltre, la città delle 7 Chiese (le 4 Basiliche maggiori - S. Pietro in Vaticano, S. Giovanni in Laterano, S. Maria Maggiore, S. Paolo fuori le mura - e le 3 Basiliche minori di S. Sebastiano sull'Appia, S. Croce in Gerusalemme e S. Lorenzo fuori le mura).
Gli Egiziani contarono “sette bracci” del Nilo; 7 erano gli scorpioni che accompagnavano sempre la dea Iside; 7 erano le vacche grasse e 7 quelle magre ed altrettante le spighe sognate dal faraone, premonizione di sette anni di abbondanza in tutto l'Egitto, seguiti da sette anni di carestia.
Nell'Antico Testamento il 7 compare ricorrente: tanti sono i nomi usati per indicare la terra e altrettanti per il cielo; nell'Apocalisse di San Giovanni il sette vi ricorre cinquantaquattro volte: la fine dei mondo sarà annunciata dalla rottura dei 7 Sigilli, seguita dal suono di 7 trombe per bocca di 7 Angeli, quindi dai 7 Portenti e infine dal versamento delle 7 Coppe dell'ira di Dio. Nel Nuovo Testamento, 7 sono i Sacramenti, i doni dello Spirito Santo, i Peccati Capitali (gola, lussuria, avarizia, superbia, accidia, invidia e ira) e le Virtù, 4 cardinali (forza, sapienza, giustizia e temperanza) e 3 teologali (fede, speranza e carità).
Nell'Ebraismo, 7 sono le luci del candelabro sacro (Menorah), simbolo della fede eternamente accesa; il Sabato, settimo di una serie di giorni, è il giorno della Creazione e quindi del riposo dedicato al culto; l'anno sabbatico è il settimo di una serie di anni: è l'anno della “remissione”, nel quale dovevano essere sospesi i lavori dei campi, per permettere il riposo agli animali e agli uomini; il settimo di 7 anni sabbatici era l'anno del giubileo (il nome viene dall'ebraico “ jobhel ” che significa “ corno di montone ” con il quale sette sacerdoti, alla fine dell'ultimo anno di ogni ciclo di sette anni sabbatici, compivano per 7 giorni il giro di Gerico e l’ultimo giorno percorrevano 7 volte le mura della città, annunciando l'inizio del cinquantesimo anno, durante il quale non si doveva seminare, né mietere e né vendemmiare). Il settimo giorno dalla nascita avveniva la circoncisione dei maschi; 7 volte venivano assolti i peccati e 7 era il simbolo della perfezione che contiene il loro simbolo etnico, la stella di David. Nella Kabbala, poi, l'uomo è rappresentato triplice nell'essenza, ma settemplice nell'evoluzione: ha capacità vegetativa (nascita e sviluppo del corpo), nutritiva (mantenimento del corpo), sensitiva (contatti sensoriali col mondo fenomenico), intellettiva (riflessioni e sintesi), sociale (rapporti con i suoi simili), naturale (rapporti con la natura) e divina (capacità di armonizzare la vita con la realtà di Dio).
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Anche nella tradizione coranica il sette ha un significato particolare: sette sono le porte dell'inferno ed il mondo è sorretto da 7 colonne poggiate sulle spalle di un gigante, a sua volta sostenuto da un'aquila, che posa su una balena che nuota nel Mare Eterno.
Secondo la Baghavad Gita, il libro sacro dell'Induismo, 7 erano gli illuminati del Veda dell'India, emanati ed illuminati da Agni, il fuoco sacro, simbolo del focolare domestico e della famiglia. I buddisti definiscono, inoltre, l'uomo come Saptaparna , “pianta a sette foglie” attribuendogli sette principi: “Atma”, che significa “scintilla divina”, “Budhi” che è lo “Spirito”, “Manas” l'“Anima”, “Kama Rupa” gli “istinti”, “Shtula Sarira”, la “materia”, “Linga Sorira” il “corpo astrale” e, infine, il “Prana”, che è l'“essenza della vita”, lo “Pneuma dei greci”, lo “Spiritus” dei romani o il “K'i taoista”.
Del numero sette scrisse anche S. Agostino: “Anche della perfezione del numero sette si possono dire molte cose...: il primo numero intero dispari è tre, il quattro è un numero intero pari e dalla loro somma risulta il numero sette. Ecco perché si adopera spesso per indicare la totalità delle cose, come quando si dice: Il giusto cade sette volte e sette volte risorge; ossia cade ma non perirà, le sue cadute non sono peccati, ma imperfezioni che conducono alla umiltà. E sette volte ti loderò, espressione ripetuta altrove in questi termini: Avrò sempre la sua lode nella mia bocca. Nella sacra Scrittura si trovano molte altre frasi simili nelle quali il numero sette è usato per esprimere in tutte le cose l'universalità. Molte volte poi con questo numero viene indicato lo Spirito Santo, del quale il Signore ha detto: Egli vi ammaestrerà in ogni verità”.
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Dopo tanto parlare... non posso che postare una ricettina con solo 7 ingredienti!
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Spiedini di pollo in crosta di pistacchi
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Ingredienti: 2 petti di pollo tagliati a cubetti, 3 peperoni rossi tagliati a quadrati, 25 ml di olio extravergine di oliva, 200 gr di pistacchi non salati, 30 gr di cipolla tagliata finemente, 50 ml di vino bianco, sale.
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In un pentolino facciamo soffriggere la cipolla con un po’ di olio. Quando si è ben ammorbidita, versiamo il vino e lasciamo cuocere per un minuto. Aggiungiamo infine i pistacchi, che avremo precedentemente tritati, ed il sale. Infiliamo in uno stuzzicadenti un pezzetto di pollo ed uno di peperone alternativamente. Passiamo ogni spiedino in un poco di olio e poi nella mistura di cipolla e pistacchi. Li accomodiamo in una pirofila antiaderente e mettiamo in forno preriscaldato a 180°, lasciamo cuocere finché gli spiedini abbiano un bel colore dorato.