martedì, settembre 18, 2007

La mia cucina, il centro del mio mondo


La vita comincia a ritornare pian piano ai normali ritmi; la lavatrice fa gli straordinari e la pila di libri sul comodino cresce in altezza: Kavafis, una valida costante nell’ultimo decennio, di cui mi è impossibile saziarmi, passerà un’altro inverno accanto a me. Allan Bay dopo un inverno darà il suo posto a Christos Zuraris per questioni “stilistiche”. Per il resto comfort food ed archeologia, forniranno il calore necessario, indispensabile per le fredde notti invernali e la vita continua, grazie a Dio...
Un’altra pila, però, che parte dal pavimento e supera in altezza il comodino, ha il monopolio del mio interesse negli ultimi giorni: libri di cucina e quaderni di mie ricette sono richiamati alle armi. Prendo appunti e creo gli abbinamenti di conoscenti ed amici per le tavolate che seguiranno, accompagnate dal menù che preparerò per ogni occasione. Idonè!
Cercherò di raccontarvi le cene delle mie vacanze, un giro della Grecia in punta di forchetta, poiché tali racconti e le discussioni che seguiranno mi aiuteranno a rivivere i momenti che hanno segnato la mia estate. Durante tutte le vacanze, la “distanza” dalla mia cucina e la “vicinanza” alle cucine altrui mi ha fatto sorgere una domanda: che cosa mi piace di più, mangiare o cucinare? Anche se il cibo è il secondo più grande piacere della vita (il primo è rappresentato da conversazioni veloci, profonde ed intelligenti...), cucinare sicuramente mi emoziona di più, perchè la cucina è attiva ed il cibo è qualcosa di più passivo, ma di tutte le cose passive al mondo certamente la migliore.
Per il momento, mi perdo nei miei libri ed appunti, penso a dei menù e a degli amici, e monologando ripeto: “la mia cucina, il centro del mio mondo”.

martedì, agosto 14, 2007

Vacanze...


Buone vacanze e buon Ferragosto a tutti!

lunedì, luglio 16, 2007

Una Regina a tavola

Il pesce affumicato è una delle pietanze che più adoro. Mi piace quel sentore di legno bruciato sul palato… che evoca antichi sapori.
Nella Cornucopia di Esperya ho trovato la Regina friulana di S. Daniele, o meglio un eccezionale filetto di trota salmonata salato a secco e affumicato a freddo (la temperatura non supera i 27°C) con una speciale miscela di farine di legno, erbe e bacche aromatiche. Mi piace sapere che esistono ancora artigiani in grado di realizzare prodotti seguendo antiche pratiche e mantenendo vivi sapori e qualità di cibi, che altrimenti sarebbero scomparsi da tempo.
La salatura e l’affumicatura a freddo sono metodiche che affondano le loro origini in tempi antichi… nel Medioevo, infatti, le genti erano solite consumare soprattutto pesce d’acqua dolce (quello di acqua salata era più difficile da reperire e quindi più costoso), in particolare d’allevamento e quindi facile da pescare, fresco o conservato sotto sale o affumicato. Il pesce si deteriora facilmente, soprattutto d’estate quando, a causa delle alte temperature, si decompone rapidamente. Inoltre, durante i lunghi periodi di digiuno e proibizione della carne, l’Avvento e la Quaresima, il pesce costituiva un valido sostituto e la pietanza principale di ogni tavola. La metodica migliore per conservare il pesce, senza che si danneggiasse, era quindi la salatura e l’affumicatura, che svolgevano funzione antisettica ed impedivano quindi l’aggressione dei batteri.
Le trote d’allevamento, dopo essere state pescate e pulite, venivano sciacquate in grosse vasche colme di acqua dolce, poi sistemate per bene in barili a strati alterni di sale. La successiva affumicatura richiedeva lunghe manipolazioni: venivano dissalate in acqua dolce, fatte sgocciolare e sospese ad aste orizzontali, all’interno di locali chiusi dove ardeva dolcemente un fuoco di trucioli di legno (per lo più faggio) e bacche profumate, che sviluppavano un denso fumo. La temperatura non doveva oltrepassare i 24-28°C per non rischiare di cuocere il pesce, che doveva essere esposto al fumo per un tempo di almeno 36 ore.
Il filetto di trota affumicata è molto versatile nei piatti estivi, io ad esempio ho realizzato queste bruschette molto fresche, ideali per una cena in terrazza o in giardino.
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Bruschette con crema di peperoni e fette di Regina di S. Daniele
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Ingredienti: 6 fette di pane integrale, 5 peperoni rossi carnosi, 1 spicchio d’aglio, 1 cucchiaio e ½ di olio extravergine di oliva, 12 fette di filetto di Regina di S. Daniele, il succo di 1 limone, 1 cucchiaino di miele di arancio, 1 cucchiaio di pinoli, aneto fresco, la buccia grattugiata di un limone, sale e pepe nero macinato fresco.

Mettete le fette di trota in un piatto e versateci sopra il succo di limone che avrete emulsionato con il miele di arancio, mette in frigorifero per un paio d’ore.
Avvolgete i peperoni uno per uno nella carta stagnola e metteteli in forno a 200°C, girandoli di tanto in tanto, fin quando siano ben cotti. Spellateli, privateli dei semi e lasciateli raffreddare. Mettiamoli nel mixer, insieme con i pinoli e l’aglio, fin quando diventano una crema, che andremo a condire con l’olio, il sale ed il pepe.Facciamo bruschettare le fette di pane. Su ognuna mettiamo una bella cucchiaiata di crema di peperoni ed un paio di fette di trota. Cospargiamo di aneto fresco e buccia di limone grattugiato.

mercoledì, luglio 11, 2007

Una moderna caverna di Alì Babà carica di provocanti tesori enogastronomici

Dietro ogni piatto si trova il cuoco e il tempo...
e dietro il tempo la conoscenza.
Dietro tutto questo la materia prima, il sole, la pioggia e la volontà.
Orizzontidelgusto

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Metopa con Eracle che riceve da Atlante i pomi delle Esperidi
468-456 a.C. Olimpia, Museo Archeologico
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Per l’Estetica, dei cinque sensi, solo la vista e l’udito servono la funzione sensoriale e di conseguenza l’arte, e questo perché sono gli unici che ricevono stimoli a distanza e possono funzionare non solo per conservare l’essere, ma anche per il suo godimento spirituale.
Se allora accettassimo – ipotizzo io – che un altro senso, il gusto, senza dubbio si occupi della conservazione dell’essere, e sotto certe condizioni costituisca un godimento spirituale, che cosa resterebbe per elevare la cucina in arte? Trovare un metodo, attraverso cui potremo “incontrare” la nostra materia prima di qualità facilmente ed in qualsiasi momento. Impresa ardua! Ci vorrebbero delle persone con una grande passione, voglia e pazienza, per percorrere il territorio italiano cercando i diamanti della tradizione italiana, che sono il filo di continuità dell’autentica enogastronomia regionale e che sono in pericolo di estinzione. In questo modo viene arricchito il repertorio della guerriera enogastronomia italiana di oggi, mettendo in scena rare delizie.
Esiste un sito, che si chiama Esperya, il cui nome deriva dal greco antico ed indicava la terra d’occidente, o meglio era l’antico nome che i greci davano all’Italia. Per la mitologia greca, inoltre, indicava una delle Esperidi, Esperya appunto, custodi del giardino dei frutti d’oro, di proprietà di Era, regina degli dei, e luogo ove gli dei si recavano al termine del giorno per ristorarsi e godere dei frutti della natura, cullati dal lieto rincorrersi delle onde e dal canto degli uccelli. Moderna custode, quindi, dei frutti d’oro della terra italiana.
Esperya, infatti, nasconde delle sorprese enogastronomiche, che difficilmente si possono trovare concentrate in un unico posto... un Corno dell’Abbondanza, un Arca del gusto.
Un tale sforzo si può giudicare solo quando giunge alla giusta maturazione, quando supera i passi incerti dei primi anni, mostrando ciò che veramente riesce a raggiungere. Offrirà ai produttori le giuste condizioni di presentazione delle loro delizie? Riuscirà ad avvicinarsi ed emozionare i suoi clienti? Riuscirà a indurre delle tendenze? Tutto mostra che Esperya è pronta a rispondere a queste difficili domande di maturità.
Concludendo vorrei affermare che il consumatore italiano ha a sua disposizione un pacchetto di delizie della terra italiana, accompagnate dalle giuste informazioni, che permettono al prodotto stesso di esternare la sua vera identità. Questa provocante biblioteca enogastronomica riesce a scacciare la routine dei pasti veloci della quotidianità.
La tradizione italiana può sperare nel binomio originalità e commercio on line... come ultima fortezza del gusto.

sabato, luglio 07, 2007

07-07-07


Il prodigio dei numeri... un argomento che mi ha sempre affascinato. I numeri governano, senza neppure rendercene conto, ogni aspetto della nostra vita... “tutto è un numero” affermavano i Pitagorici! Galileo diceva, inoltre, che l’universo è “scritto con il linguaggio dei numeri”. Il linguaggio dei numeri, infatti, si fa leggere e capire da noi in modo più preciso e non controverso... le osservazioni quantitative della realtà sono più precise, meno soggettive, e quindi più oggettive di quelle qualitative! Uno dei numeri che più mi affascina è il 7... fin dall'antichità, considerato un numero magico e misterioso. Gran parte delle proprietà attribuitegli risalgono all'astrologia babilonese che per prima aveva riconosciuto 7 pianeti ed aveva diviso il mese lunare in cicli di 7 giorni. Il 7 venne quindi considerato sacro proprio perché allora rappresentava il cosmo e la sua perfezione. Tutte le civiltà antiche hanno sviluppato un sim­bolismo numerico e in molte di esse il 7 è considerato numero sacro, unico e immobile. Secondo la scuola pitagorica il 7 è “amitor” (senza madre) in quanto non è un prodotto fattoriale ed è generato solo dall'unità. E’ simbolo di perfezione in quanto risultato della somma del 3 (lo spirito, il maschile) e del 4 (la materia, il femminile), che esprimono due forme perfette: il triangolo equilatero ed i quadrato. Essi sono anche i numeri basilari della Piramide (la base quadrata, i quattro lati triangolari). Per tale ragione, in epoca antica, il sette veniva rappresentato come un quadrato sormontato da un triangolo.
I Greci associavano il 7 all’adorazione di Apollo e di Selene. Sette erano le vacche sacre del dio cantati da Omero (“All'isola della Trinacria arriverai: là numerose pascolano le vacche e le pingue grecci del sole, sette armenti di vacche e sette belle greggi di pecore...” Odissea, XII, 127-133) e sette le corde della lira (strumento al dio tanto caro). Nella mitologia sette erano i fanciulli e sette le fanciulle inviate a Creta come pasto per il Minotauro. Il 7° giorno dalla nascita si dava il nome al neonato... ed ogni 7° giorno gli Spartani facevano sacrifici ad Apollo! Sempre nella tradizione greca, 7 erano i Sapienti e 7 le Meraviglie del Mondo, sintesi della perfetta armonia tra pensiero ed azione. Il sistema Tolemaico poneva al centro dell'Universo la terra, attorno a cui ruotavano, sette sfere concentriche dette Cieli (la Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno). Sette sono anche le stelle che compongono l’Orsa Maggiore ed altrettante quelle che formano l’Orsa Minore. Il numero 7 è anche un numero ricorrente nella storia di Roma. La città è stata costruita su 7 Colli (Capitolino, Esquilino, Palatino, Quirinale, Viminale, Celio e Aventino). Fondata da Romolo il 21 (multiplo di 7) Aprile, è stata governata da 7 re (Romolo, Numa Pompilio, Tullo Ostilio, Anco Marzio, Tarquinio Prisco, Servio Tuillo e Tarquínio il Superbo). La leggenda vuole, poi, che la città divenne "eterna” per 7 oggetti ivi condotti perché di buon auspicio: l'ago di Cibele (una pietra nera adorata in Asia minore); la quadriga donata dalla città di Veio; le ceneri di Oreste, figlio di Agamennone; lo scettro di Priamo, re di Troia; il velo di Ilione; la statua di Atena Pallade; i dodici scudi Ancili. Roma è, inoltre, la città delle 7 Chiese (le 4 Basiliche maggiori - S. Pietro in Vaticano, S. Giovanni in Laterano, S. Maria Maggiore, S. Paolo fuori le mura - e le 3 Basiliche minori di S. Sebastiano sull'Appia, S. Croce in Gerusalemme e S. Lorenzo fuori le mura). Gli Egiziani contarono “sette bracci” del Nilo; 7 erano gli scorpioni che accompagnavano sempre la dea Iside; 7 erano le vacche grasse e 7 quelle magre ed altrettante le spighe sognate dal faraone, premonizione di sette anni di abbondanza in tutto l'Egitto, seguiti da sette anni di carestia. Nell'Antico Testamento il 7 compare ricorrente: tanti sono i nomi usati per indicare la terra e altrettanti per il cielo; nell'Apocalisse di San Giovanni il sette vi ricorre cinquantaquattro volte: la fine dei mondo sarà annunciata dalla rottura dei 7 Sigilli, seguita dal suono di 7 trombe per bocca di 7 Angeli, quindi dai 7 Portenti e infine dal versamento delle 7 Coppe dell'ira di Dio. Nel Nuovo Testamento, 7 sono i Sacramenti, i doni dello Spirito Santo, i Peccati Capitali (gola, lussuria, avarizia, superbia, accidia, invidia e ira) e le Virtù, 4 cardinali (forza, sapienza, giustizia e temperanza) e 3 teologali (fede, speranza e carità). Nell'Ebraismo, 7 sono le luci del candelabro sacro (Menorah), simbolo della fede eternamente accesa; il Sabato, settimo di una serie di giorni, è il giorno della Creazione e quindi del riposo dedicato al culto; l'anno sabbatico è il settimo di una serie di anni: è l'anno della “remissione”, nel quale dovevano essere sospesi i lavori dei campi, per permettere il riposo agli animali e agli uomini; il settimo di 7 anni sabbatici era l'anno del giubileo (il nome viene dall'ebraico “ jobhel ” che significa “ corno di montone ” con il quale sette sacerdoti, alla fine dell'ultimo anno di ogni ciclo di sette anni sabbatici, compivano per 7 giorni il giro di Gerico e l’ultimo giorno percorrevano 7 volte le mura della città, annunciando l'inizio del cinquantesimo anno, durante il quale non si doveva seminare, né mietere e né vendemmiare). Il settimo giorno dalla nascita avveniva la circoncisione dei maschi; 7 volte venivano assolti i peccati e 7 era il simbolo della perfezione che contiene il loro simbolo etnico, la stella di David. Nella Kabbala, poi, l'uomo è rappresentato triplice nell'essenza, ma settemplice nell'evoluzione: ha capacità vegetativa (nascita e sviluppo del corpo), nutritiva (mantenimento del corpo), sensitiva (contatti sensoriali col mondo fenomenico), intellettiva (riflessioni e sintesi), sociale (rapporti con i suoi simili), naturale (rapporti con la natura) e divina (capacità di armonizzare la vita con la realtà di Dio).
Anche nella tradizione coranica il sette ha un significato particolare: sette sono le porte dell'inferno ed il mondo è sorretto da 7 colonne poggiate sulle spalle di un gigante, a sua volta sostenuto da un'aquila, che posa su una balena che nuota nel Mare Eterno. Secondo la Baghavad Gita, il libro sacro dell'Induismo, 7 erano gli illuminati del Veda dell'India, emanati ed illuminati da Agni, il fuoco sacro, simbolo del focolare domestico e della famiglia. I buddisti definiscono, inoltre, l'uomo come Saptaparna , “pianta a sette foglie” attribuendogli sette principi: “Atma”, che significa “scintilla divina”, “Budhi” che è lo “Spirito”, “Manas” l'“Anima”, “Kama Rupa” gli “istinti”, “Shtula Sarira”, la “materia”, “Linga Sorira” il “corpo astrale” e, infine, il “Prana”, che è l'“essenza della vita”, lo “Pneuma dei greci”, lo “Spiritus” dei romani o il “K'i taoista”. Del numero sette scrisse anche S. Agostino: “Anche della perfezione del numero sette si possono dire molte cose...: il primo numero intero dispari è tre, il quattro è un numero intero pari e dalla loro somma risulta il numero sette. Ecco perché si adopera spesso per indicare la totalità delle cose, come quando si dice: Il giusto cade sette volte e sette volte risorge; ossia cade ma non perirà, le sue cadute non sono peccati, ma imperfezioni che conducono alla umiltà. E sette volte ti loderò, espressione ripetuta altrove in questi termini: Avrò sempre la sua lode nella mia bocca. Nella sacra Scrittura si trovano molte altre frasi simili nelle quali il numero sette è usato per esprimere in tutte le cose l'universalità. Molte volte poi con questo numero viene indicato lo Spirito Santo, del quale il Signore ha detto: Egli vi ammaestrerà in ogni verità”.

Oggi si svolgeranno due grossi eventi legati al numero 7... il primo, che ha già avuto inizio a Sydney, è il grande concerto del Live Earth che ha luogo in sette città diverse e che unirà centinaia di migliaia di persone al grido di "salviamo il pianeta Terra"!
Il secondo si svolgerà stasera a Lisbona e vedrà l'elezione delle Nuove Sette Meraviglie del mondo... attraverso il voto è stata data la possibilità a tutti noi di riscrivere la storia.

Che il 7 sia con voi!

sabato, giugno 30, 2007

La “luna blu” di Giugno


La definizione astronomica di “blue moon” si ha per la seconda luna piena che si presenta nello stesso mese. Il tempo intercorso tra due lune piene è di circa 29,5 giorni, mentre la durata di un mese è per arrotondamento 30,5 giorni. Questo rende improbabile il fatto che un mese abbia due lune piene anche se certe volte capita... e per questo nella lingua inglese pur di definire la rarità del fenomeno utilizzano la frase “once in a blue moon”, che si tradurrebbe liberamente in italiano “ogni morte di papa”.
In media ci sono 41 mesi in ogni secolo che ospitano due lune piene, cioè si può dire che abbiamo una luna blu una volta ogni due anni e mezzo. Questo fenomeno così eccezionale ha nutrito la fantasia popolare creando delle credenze. La più affascinante per me è quella secondo cui i tre giorni di questa luna piena (vigilia, il giorno stesso e quello dopo) le porte sono aperte... le porte che collegano i messaggeri di una vita parallela a noi...
Lunedì primo Giugno c’è stata la prima luna piena ed oggi Sabato 30 avremo l’occasione di osservare nel cielo la seconda luna piena di Giugno, dopo 200 anni, visto che l’ultima “luna blu” del mese di Giugno è stata quella del 30 Giugno 1806.
Che il bagliore blu di questa luna brilli nei vostri occhi!

giovedì, giugno 28, 2007

Dal fico al fegato

La bellezza lussureggiante di un fico maturo e morbido, pronto a cadere dal ramo dell’albero, è un’immagine simbolo del paesaggio dell’estate mediterranea.
Il fico è un frutto di altissimo valore nutrizionale e pieno di simbologia. Il lattificcio bianco che fuoriesce piano piano, dopo il distacco del frutto dall’albero, simboleggia lo sperma maschile ed anche il latte materno. I suoi semini simboleggiano la fertilità, la bontà, l’unità e la sapienza.
Sotto un albero di fico la lupa nutrì Romolo e Remo e sui rami sempre del fico Giuda, dopo aver tradito Cristo, si impiccò.
Il fegato, uno dei più importanti organi umani, veniva considerato fin dall’antichità la sede del coraggio, della collera e della paura. La parola “lefkipatias” (colui che ha il fegato bianco) significa codardo, colui cioè che non ha sangue nelle vene. L’associazione del fegato con il coraggio e con la collera si ha anche in altre lingue: in italiano ed in spagnolo si dice rispettivamente “avere fegato” e “tenere higado”. Similmente i francesi utilizzano la frase “avoir les foies blancs” (avere il fegato bianco) e gli inglesi “lily-livered” per definire il vigliacco. Inoltre, essendo sede della collera, ogni qual volta che qualcuno “bolle” nella sua collera in italiano si dice “si mangia il fegato”, mentre in spagnolo “moler los higados”.
Le parole fegato, higado, foie derivano dal greco, attraverso il latino. La parola “sikoti” (fegato in greco), però, da dove origina? Da “siko” (fico) è la risposta, anche se il percorso è lungo e tortuoso. Il fico ha avuto un ruolo cardine nell’alimentazione dei greci antichi. Essi nutrivano certi animali (per lo più oche e maiali) quasi esclusivamente con i fichi, per far si che il loro fegato acquisisse un sapore eccellente. Questa vivanda, qualcosa di simile al foie gras, era chiamato “sikoton ipar” (fegato ficato). Con il tempo, la parola è decaduta ed è rimasto l’aggettivo, sikoton (ficato), che è rimasto a descrivere quel fegato specifico, ma anche il fegato in generale. I romani presero dai greci il “sikoton ipar” e tradussero alla lettera chiamandolo “iecur fegatum” e anche qui restò solo l’aggettivo, che designa sino ad oggi quest’organo.
Ci sono tante espressioni metaforiche che hanno come protagonista il fico. Per ciò che non vale niente e che non interessa, in italiano si dice “non vale un fico secco”, mentre in spagnolo “no dar un higo”. Invece, per ciò che non è brutto, ne buono in francese si dice “mi-figue mi-raisin”.
Potrei continuare a lungo descrivendo altri aneddoti glossologici di questi frutti ermafroditi (racchiudono in sé stessi sia la parte maschile, che quella femminile), ma mi fermo qui proponendovi la ricetta che segue, stimolata dalla proposta di FrancescaV.
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Gelato di ricotta di capra con fichi e mandorle caramellate
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Ingredienti per il gelato: 85 gr di ricotta di capra, 30 gr di zucchero, 2 tuorli d’uovo, 250 ml di latte, una presa di sale.

Ingredienti per i fichi: 130 ml di vin santo, 240 ml di vino bianco moscato, 1 cucchiaio di miele, 12 fichi, ½ baccello di vaniglia.

Ingredienti per le mandorle caramellate: 2 cucchiai di acqua, 4 cucchiai di zucchero, 60 gr di mandorle bianche pelate.

Battete i tuorli con lo zucchero, fino ad ottenere una crema. Fate scaldare il latte e versatelo un poco per volta nella crema, mescolando continuamente con una frusta. Mettete il tutto in una casseruola, ponete su fornello a fiamma bassa e continuando sempre a mescolare, aggiungetevi la ricotta. Mescolate fin quando la crema si addensi. Passatela al setaccio, ponetela in un recipiente metallico che coprirete con della pellicola. Raffreddate la crema, ponendo il recipiente in una bacinella con del ghiaccio, e poi mettetela nella gelatiera. In una casseruola versate il vin santo, il vino bianco, il miele ed il baccello di vaniglia. Fate ridurre di un quarto. Togliete da fuoco e lasciate raffreddare. In una padella, su fiamma bassa, fate sciogliere lo zucchero con l’acqua, aggiungete le mandorle, e mescolate con una spatola fino a che si caramellino. Ungete una placca o meglio ancora una tavola di marmo e versateci le mandorle, allargatele bene cercando di dividerle e lasciate raffreddare. Dividete i fichi ognuno in quattro parti. Disponeteli su un piattino e versateci su un cucchiaino di riduzione di vino. Disponete al centro una pallina di gelato e guarnite con le mandorle caramellate.

mercoledì, giugno 20, 2007

Foto-food reportage da Santorini

Thera… come si può resistere alla malìa del mare blu… del cielo azzurro, che contrastano con il colore bianco ed abbagliante delle case, come si può resistere al tramonto… a quelle magnifiche e “sacre” fiamme che incendiano il cielo e si riflettono sul mare… e soprattutto come si può resistere, davanti a questa sinfonia di colori, suoni e sensazioni, ad un bicchiere di ouzo sorseggiato in una taverna dalle sedie azzurre ed accompagnato da deliziose mezèdes. Non ho potuto…
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Kouloures

Accighe marinate

Polipo all'aceto
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Gamberi saganaki

Polipo marinato alle erbe

Frutti di mare con salsa alla menta

sabato, giugno 16, 2007

Buon weekend da Santa Irene


"Πέτρα πικρή, δοκιμασμένη, αγέρωχη... "
Οδυσσέας Ελύτης, Ωδή στη Σαντορίνη
"Pietra amara, provata, indistruttibile..."
Odisseas Elitis, Ovazione a Santorino
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Santorino ha un cuore che pulsa forte, muove le montagne, la terra, il mare... il cuore dei visitatori o si sincronizza con esso - e restano folgorizzati per sempre- o non si sincronizza e scappano!
Mi sono sempre chiesta cosa mi riporta a quest'isola... l'unica risposta vera e completa è IL SILENZIO! A Santorino chiudo gli occhi e palpo la tranquilla forza che si nasconde sotto l' acqua dipinta di blu scuro, come sè Santa Irene delle Lacrime ti volesse suggerire qualche cosa: Santorino è un'isola pericolosa, che deve il suo fascino ad una minaccia che esiste nell'aria. Quelli che la percepiscono non possono che ritornarci sempre... gli magnetizza il suo destino catastrofico, che non la abbandonerà mai, ma anche la convizione che in questo posto la vita è da sempre più forte dalla morte...!

mercoledì, giugno 13, 2007

InWeDay 2007

Dalla copertina del libro Uses of blogs
(Axel Bruns & Joanne Jacobs editors)
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Umberto Eco aveva previsto bene: “il PC ci farà diventare tutti un po’ scrittori”.
Ogni rivoluzione determina delle nuove forme di comunicazione. La rete ha dato origine ai blogs, che sono la forma più rivoluzionaria di comunicare.
Il blogging è una specie di scrittura sperimentale. Da una parte c’è la comodità di un’autoedizione gratuita, che lo “scrittore” può curare quanto vuole fino alla sua pubblicazione, e dall’altra l’autenticità di un grido elettronico. Se calcolassimo l’interazione del mezzo, ossia il rapporto tra posts e commenti nell’arco del tempo – con la spontaneità che vige nella rete – vedremmo un risultato complesso ed eccezionalmente interessante, che incorpora un’insieme di metodiche di comunicazione pubblica, che sino ad oggi erano indipendenti tra loro.
Il blog ha le sue leggi: non è un giornale e neanche un libro. Contiene il suo racconto! Viene redatto attraverso dei posts, con dei passaggi a volte violenti, con improvvisi “voli” da un link all’altro, con un montaggio discontinuo. Infatti, non c’è solo la parola scritta, ma c’è la musica, c’è l’immagine ed anche il video. Direi che esiste un corpo, ma è continuamente in “progress”.
Da archeologa, con profonde radici nell’arte del “ricomporre”, trovo questa associazione a livelli multipli, di così tanti “pezzi” della comunicazione, eccezionalmente attraente.
Per questo ad un certo punto, spontaneamente, ho dato vita al mio blog, che non vuole essere una vetrina di presentazione dei miei “gusti”, né una specie di forum per i miei lettori, ma una breccia nel mio mondo e per lo più nella mia verità, che non è composta solo da parole, immagini o video. Il blog ha dato la possibilità alla mia individualità di esprimersi in modo “criptonimo” (cioè con un’identità nascosta), liberandomi e dandomi la possibilità di parlare senza il mantello della “mitoplasia”, senza l’architettura della narrazione ben curata e senza la teatralità dei ruoli discreti.
Sapendo che una pagina web non è un libro e né un giornale, e per tale ragione viene letta con lo “scanning” (semplice scorrere dell’occhio sulla pagina) o con lo “skimming” (lettura solo dell’inizio delle frasi o dei paragrafi), e che solo se esiste qualcosa di interessante il visitatore si sofferma ad una lettura completa, egoisticamente, cerco di soddisfare il mio bisogno di esprimermi, seguendo solo le 8 regole d’oro della scrittura di Kurt Vonnegut e le mie convinzioni, accompagnate dalle loro psicosi.
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venerdì, giugno 08, 2007

Paximadi: il pane “popolare” dalle origini aristocratiche

Nonostante il “dipiros artos” o “dipiritis” fosse stato un prodotto di necessità, nel corso dei secoli, è stato anche un prodotto ricercato, ossia nei suoi confronti c’è stato un interesse gastronomico, come pure accade oggigiorno.
Dipiritis artos, allora. Era conosciuto fin dall’antichità. Lo consigliava Ippocrate e lo cita pure Aristotele. Le informazioni, però, che ci arrivano dall’antichità non sono tante. Qualcuno avrà osservato che il pane disidratato può conservarsi per lunghi periodi e consumarsi secco, oppure bagnato con l’acqua. Comunque stiano le cose, il dipiritis artos ha rappresentato il cibo dei poveri, dell’esercito e di tutti coloro il cui lavoro li portava a vivere per lunghi periodi lontani da casa. I marinari ed i pecorai facevano sì che non mancasse mai dai loro “fagotti”. La contadina, che non poteva impastare il pane ogni giorno, doveva ricorrere all’umile dipiritos per la sua famiglia.
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Paximadi di Sfakià
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All’inizio del XX secolo la prima immagine che si poteva incontrare entrando in una casa cretese di campagna erano i dipiritos a forma di ciambella, appesi su un bastone. Se si fosse andati dall’altra parte dell’Europa, invece, nelle case dei pescatori svedesi, avremmo visto i famosi “knekerbrad” (molto sottili, ma lunghi) pendere dai soffitti di legno. Era il pane che prendevano con se quando andavano a pesca.
Il nome dipiros artos o dipiritis è dovuto al fatto che viene cotto due volte (una volta come pane e, tagliato a fette, rimesso in forno ad asciugarsi). Furono i Bizantini a dargli il nome di paximàdi in onore del loro inventore, Pàxamos, famoso scrittore del mondo antico che, come ci dice Athineos, si occupò di gastronomia. In epoca bizantina il nome Pàxamos era sinonimo di cibo di grande qualità. Pàxamos visse intorno agli anni di Cristo. Non si conosce esattamente quale sia stato il suo contributo all’evoluzione dell’arte di fare il pane. Forse inventò una metodica, o forse fece semplicemente divenire famosi i poveri paximàdia, dandogli così valore.
Con il passare del tempo il paximàdi divenne sempre più amato. Si produceva sempre ogni qual volta le condizioni erano difficili, al punto da essere associato alla povertà, alla popolazione rurale, ai pecorai ed ai marinai.
Durante il dominio veneziano, i forni di Creta producevano grandissime quantità di paximàdia, destinati alla flotta della Serenissima. Il paximàdi cretese può essere, infatti, a buon diritto definito come uno dei primi prodotti alimentari confezionati.
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Paximàdi di orzo

Il paximàdi dell’esercito

In tempo di guerra l’esercito si cibava quasi esclusivamente di questo alimento. Esisteva addirittura un gruppo speciale che si occupava del suo trasporto e distribuzione. Lo storico Procopio (V sec. d.C.) asserisce, infatti, che il pane destinato all’esercito doveva entrare in forno due volte. Uno dei futuri imperatori di Bisanzio, Giustino, riuscì a sopravvivere grazie ai modesti paximàdia, in una lunga marcia che dall’Illiria lo condusse a Costantinopoli.
Il paximàdi destinato all’esercito bizantino era detto artos buccellatos, per questo i soldati erano chiamati buccellari.

Il paximàdi dei monaci

Nei grandi monasteri i monaci avevano di solito il pane fresco, in quelli piccoli invece i paximàdia rappresentavano il cibo principale. Di solito era di orzo e molto duro. Ovunque si sviluppò l’eremitismo l’unico cibo “ammesso” erano i paximàdia, i frutti e le radici. Tutti monasteri che si trovavano vicino gli eremi, di conseguenza, si assunsero l’incarico del loro rifornimento. Così in questi monasteri si sviluppò in maniera particolare l’arte di fare il dipiritos. Ed ancora oggi nei monasteri cretesi si producono dei paximàdia di qualità eccellente, un esempio tipico è il monastero di Akrotirianì (Toplou) a Sitìa.

I paximàdi dei pescatori di spugna e dei pirati

Per i pirati, che molto spesso immergevano nel lutto le isole dell’Egeo, i paximàdia rappresentavano un’importantissima arma nei loro lunghi viaggi per mare. Pierre Bellon, narra che con un sacco di farina ed uno di paximàdia, una tanica di olio, un vaso di miele, poche trecce di aglio e di cipolla ed un po’ di sale si poteva vivere un intero mese nei viaggi per mare. Pure per i temerari sfuggarades (pescatori di spugne) di Kalimnos che aravano il Mediterraneo nelle profondità per cercare le preziose spugne, rappresentava il compagno più fedele. Infatti, come ci dice Henry Blount (1636), essi si nutrivano fin da piccoli di paximàdia per rimanere magri.


Paximàdi all'anice

Nonostante si creda che la scelta e la conservazione dei paximàdia sia semplice, la realtà è discordante. Il paximàdi deve essere cotto non ad alte temperature; quando lo compriamo dobbiamo stare attenti al suo colore, che dipenderà dalla farina utilizzata. Quelli di grano devono avere un colore dorato; quelli di orzo più scuro. Non bisogna scegliere i paximàdia bruciati in quanto hanno un sapore aspro e perdono il senso della freschezza. La confezione deve essere di buona qualità e non trasmettere il proprio odore al prodotto. Non è necessario che sia chiusa in modo ermetico, ma non deve neanche far sì che venga in contatto diretto con l’aria dell’ambiente. La sua conservazione è semplice. Non c’è bisogno di frigorifero. Ed essendo il suo maggior nemico l’umidità, va tenuto in luogo fresco e asciutto. Di solito può durare un anno intero dalla data di produzione.

Il battesimo dei paximàdia

Il paximàdi può essere consumato secco o bagnato nell’acqua per ammorbidirsi. Il suo “battesimo” necessita di attenzione. Non bisogna lasciarlo per più di pochi secondi, perché non perda la sua fisionomia e si sciolga. A Creta, la regione con la più grande tradizione del pane a doppia cottura, si dice che un buon paximàdi deve rimanere croccante anche dopo il suo “battesimo”, deve essere consumato tranquillamente, deve essere morbido, ma con la presenza di isolotti croccanti. Sono venuta in possesso di dieci ricette preziosissime, originarie di Creta e delle isole del Dodecaneso. Mi cimenterò nella loro realizzazione quando avrò il mio forno a legna (speriamo molto presto).

Kouloures


In base alla forma, i paximàdia cretesi vengono distinti in due grosse categorie: i dakos e le kouloures. I dakos sono fette, tagliate spesse, di pane dalla forma allungata. Le kouloures sono ciambelle tagliate a metà longitudinalmente, che danno origine a due parti, quella inferiore e quella superiore. Ci sono delle regole ferree che determinano la “distribuzione” delle kouloures. All’ospite non viene mai offerta la parte inferiore, in quanto indice che non è il benvenuto. Particolarmente indicativo di mal benevolenza era l’offerta all’ospite della parte inferiore capovolta.

La maniera più comune di servirle è bagnarle, metterci su pomodoro fresco a pezzetti e feta sbriciolata, cosparerle di origano o maggiorana freschi e versarci su un filo di olio extravergine di oliva.

martedì, giugno 05, 2007

Siamo ciò che mangiamo! Un fotoreportage dal TIME.

Giappone: Famiglia Ukita dalla città di Kodaira
Spesa settimanale: 37,699 Yen o $317.25
Cibi favoriti: sashimi, frutta, cake, chips di patate
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Italia: Famiglia Manzo dalla Sicilia
Spesa settimanale: 214.36 Euro o $260.11
Cibi favoriti: pesce, pasta con ragu, hot dogs, pesce surgelato
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Ciad: Famiglia Aboubakar dal campo Breidjing
Spesa settimanale: 685 CFA Francesi o $1.23
Cibi favoriti: zuppa con carne fresca di pecora
.Kuwait: Famiglia Al Haggan da Kuwait City
Spesa settimanale: 63.63 dinar o $221.45
Cibi favoriti: biryani di pollo con riso basmati
.USA: Famiglia Revis dalla Carolina del Nord
Spesa settimanale: $341.98
Cibi favoriti: spaghetti, patate, pollo al sesamo

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.Messico: Famiglia Casales da Cuernavaca
Spesa settimanale: 1,862.78 Pesos Messicani o $189.09
Cibi favoriti: pizza, pasta, pollo, crab
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.Cina: Famiglia Dong da Beijing
Spesa settimanale: 1,233.76 Yuan or $155.06
Cibi favoriti: maiale fritto con salsa di soia dolce
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.Polonia: Famiglia Sobczynscy dalla Konstancin-Jeziorna
Spesa settimanale: 582.48 Zlotys o $151.27
Cibi favoriti: zampe di maiale con carote
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..Egitto: Famiglia Ahmed dal Cairo
Spesa settimanale: 387.85 lire egiziane o $ 68.53
Cibi favoriti: Okra e carne di montone
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.Ecuador: Famiglia Ayme dal Tingo
Spesa settimanale: $31.55
Cibi favoriti: zuppa di patate con cavolo
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.USA: Famiglia Caven dalla California
Spesa settimanale: $159.18
Cibi favoriti: gelato, carne stufata, yogurt ,vongole
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. Mongolia: Famiglia Batsuuri da Ulaanbaatar
Spesa settimanale: 41,985.85 togrogs o $40.02
Cibi favoriti: montone
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.Gran Bretagna: Famiglia Bainton da Cllingbourne Ducis
Spesa settimanale: 155.54 sterline inglesi o $253.15
Cibi favoriti: avocado, sandwich con mayonnaise, cake di cioccolato fondente con crema
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.Bhutan: Famiglia Namgay dal villaggio Shingkhey
Spesa settimanale: 224.93 ngultrum o $5.03
Cibi favoriti: funghi, formaggio e carne di maiale
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.Germania: Faqmiglia Melander da Bargteheide
Spesa settimanale: 375.39 Euro o $500.07
Cibi favoriti: patate fritte con cipolla, bacon, aringa, noodles fritti con uova e formaggio, pizza, pudding di vaniglia

venerdì, giugno 01, 2007

1 Giugno 2007, la giornata di Amalia

La bloggosfera greca è in lutto per la scomparsa di Amalia Kalyvinou, blogger affetta da cancro, che per 17 anni non le era stato diagnosticato. Amalia, nel suo blog "Fakelaki" (Bustarella), racconta tutte le peripezie che il sistema sanitario le ha regalato, tenendo incollati moltissimi lettori. Nel suo ultimo post conclude dicendo: "Che siano i medici ciarlatani l'eccezione, non la regola..."
E' un caso che deve far riflettere perché può capitare a chiunque di noi... I blogger greci sono riusciti ad attirare l'attenzione di tutto il mondo sulla malasanità greca e ad istituire il 1 Giugno la giornata di Amalia.

mercoledì, maggio 16, 2007

I sette vizi capitali: Accidia


E io ch'avea d'error la testa cinta,
dissi: «Maestro, che è quel ch'i' odo?
e che gent' è che par nel duol sì vinta?».
Ed elli a me: «Questo misero modo
tegnon l'anime triste di coloro
che visser sanza 'nfamia e sanza lodo.
Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.
Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch'alcuna gloria i rei avrebber d'elli».
E io: «Maestro, che è tanto greve
a lor che lamentar li fa sì forte?».
Rispuose: «Dicerolti molto breve.
Questi non hanno speranza di morte,
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che 'nvidïosi son d'ogne altra sorte.
Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa».
(Inf. III, 31-51)
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Il termine, che deriva dal greco ακηδία (akidia), designa la negligenza, l'indifferenza, la noncuranza, il torpore e l’indolenza... indica, inoltre, l'abbattimento, lo scoraggiamento, la prostrazione, la stanchezza, la noia e la depressione dell'uomo di fronte alla vita.
Più che un peccato io lo considero una malattia… uno smarrimento totale, che ci fa perdere l’interesse per le cose importanti della vita. Tutto appare come un peso troppo grande da sopportare, come una fatica immane che proprio non si ha la forza. la volontà… il coraggio di superare. Si sprofonda così nell’ozio, si lasciano le proprie occupazioni, gli interessi, ci si lascia andare ad una vita amorfa, abulica e trascinata.
Voglio, infine, concludere la carrellata dei vizi con un racconto proprio sull’accidia, cha ha origine nell’isola di Kastellorizo (quella in cui è stato girato il film Mediterraneo, di Salvatores) e che ha per protagonisti un pigro… ed i paximàdia (un tipo di pane biscottato, simile alle nostre friselle, e che si mangia bagnato con acqua o brodo)!
C’era una volta un uomo che temeva il lavoro come il diavolo e che era così pigro che se gli si dava del cibo mangiava, altrimenti sarebbe potuto anche morire di fame. Una sera dopo che non era riuscito ancora a mettere niente in bocca, decisa di fingersi morto pur di non dover andar a lavorare… Pensò che era meglio farsi seppellire da vivo piuttosto che lavorare. I vicini, che lo videro steso sul letto, immobile, pensarono davvero che fosse morto e così gli organizzarono il funerale. Mentre lo portavano al cimitero, una donna che lo conosceva esclamò: “Poveretto! Dev’essere morto di fame. L’avessi saputo ieri, gli avrei portato un po’ di paximàdia che ho in casa”. Il pigro, che da dentro la cassa aveva sentito, gridò: “Buoni i paximàdia! Ma me li avresti dati secchi o li avresti bagnati?”… “Secchi” rispose la donna. “Allora tirate dritto al cimitero!” replicò il pigro, che preferì farsi seppellire vivo piuttosto che bagnarsi i paximàdia!
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Paximadia d’orzo con insalata di mare
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Ingredienti: 1 tazza di olio extravergine di oliva, 2 cipolline fresche tritate, 2 spicchi d’aglio sminuzzati, 1 kg di cozze, 2 ½ tazze di vino bianco, 12 gamberi sgusciati, 225 gr di cappesante divise in quattro, 450 gr di calamari piccoli tagliati a pezzetti, ½ tazza di succo di limone, ½ tazza di olive nere snocciolate e tagliate a fette, 1 tazza di cuore di sedano tagliato a fettine sottili, ½ tazza di cipollina fresca tagliata a fettine oblique, ⅓ tazza di brodo di pesce, ½ cucchiaino di zucchero, 2 cucchiai di prezzemolo, 2 cucchiai di menta, 2 cucchiai di aneto, 225 gr di polpa di granchio, 6 paximàdia d’orzo o in alternativa 6 freselle, sale e pepe bianco.
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In un capiente tegame, scaldiamo un cucchiaio di olio a fuoco medio. Aggiungiamo le cipolline tritate e l'aglio. Facciamo soffriggere per un minuto, versiamo le cozze ed annaffiamo con il vino. Alziamo il fuoco, coperchiamo, e lasciamo cuocere per 5 minuti, cosicché le cozze si aprano. Togliamo il tegame dal fuoco e mettiamo le cozze aperte in un piatto a raffreddarsi. Rimettiamo il tegame sul fuoco, abbassiamo un poco la fiamma e versiamoci i gamberi, i calamari e le cappesante e lasciamo cuocere per qualche minuto. Con una schiumarola raccogliamo il pesce e mettiamolo a raffreddare in un piatto. Filtriamo il brodo del pesce e teniamone da parte ⅓ di tazza. Sgusciamo le cozze. In una ciotola versiamo l’olio, il succo di limone, le olive, il sedano, la cipollina fresca, il brodo lo zucchero e le erbette. Saliamo e pepiamo. E mescoliamo tutto leggermente. Versiamoci le cozze ed il pesce. Mescoliamo e copriamo con della pellicola. Mettiamo a riposare in frigorifero per almeno 3 ore. Al momento di servire, bagnamo appena le 6 paximàdia. Le sistemiamo ognuna in un piatto, versiamo sopra qualche cucchiaio di insalata di mare e almeno un paio di cucchiai della loro salsa, in modo che le paximàdia si imbibiscano.

venerdì, maggio 11, 2007

Il ciliegio e l’altalena


Ci sono dei particolari momenti nella vita di ognuno di noi, in cui i sensi restano così profondamente colpiti, da restare incisi nella mente per sempre.
A me capita ad esempio, in questo periodo dell’anno, di ripensare a quando da bambina, durante il fine settimana, andavo nel paese in cui vivevano i miei nonni. Andavamo spesso a mangiare fuori, in un posto circondato dai ciliegi. I proprietari del ristorante avevano appeso ai rami più robusti di alcuni ciliegi delle altalene, fatte di corde e tavole di legno. Non c’era cosa che amassi di più che dondolarmi su quelle altalene… reclinavo la testa all’indietro e guardavo divertita la luce del sole brillare tra rami e foglie. Quando poi era il periodo della fioritura adoravo vedere i petali scendere e cercavo di prenderli con la bocca, senza l’aiuto delle mani, cercando di battere ogni volta il record personale di petali ingoiati. Non riuscivo a smettere di dondolarmi, fin quando non arrivava la voce di mia nonna, che mi chiamava a tavola.
E pensare che l’origine dell’altalena è legata, invece, ad una vicenda triste e terribile. La leggenda narra, infatti, che Clitennestra ed Egisto avessero una figlia, di nome Erigone. Quando i suoi genitori vennero uccisi da Oreste, Erigone decise di vendicarsi e a tale scopo seguì il fratellastro ad Atene. Ma quando vi giunse capì di non poter riuscire nel suo intento, fu presa da scoramento e decise di impiccarsi. Dopo la sua morte, tuttavia, ad Atene accadde un fatto strano e molto preoccupante: tutte le vergini, come fossero contagiate da un maleficio, avevano preso ad impiccarsi in massa. Gli ateniesi, sconvolti da una tale catastrofe, si rivolsero all’oracolo di Apollo, a Delfi. Questi rispose loro che bastava costruire delle altalene, in modo tale che le fanciulle potessero dondolarsi nell’aria, come faceva chi si impiccava, senza perdere la vita. Fu così, allora, che ad Atene ogni anno la morte di Erigone veniva ricordata il terzo giorno della festa di Anthesteria, quando veniva celebrato il rito delle “chytroi” (pentole), durante il quale veniva preparata la “panspermia” (un misto cioè di cereali immersi nel miele) e le giovani donne si divertivano a dondolarsi in altalena.
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Ciliege fritte
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Ingredienti: 5 tuorli, 5 albumi, 150 gr di farina, 100 gr di latte, 300 gr di ciliege grandi, 100 gr di zucchero, ¼ cucchiaio di cannella in polvere, olio per friggere.
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Montiamo gli albumi a neve. Prepariamo una pastella battendo insieme i tuorli, la farina ed il latte. Quando sarà pronta vi aggiungiamo gli albumi montati. Lasciamo l’impasto riposare per 40 minuti circa. In un piatto mescoliamo insieme lo zucchero e la cannella. Laviamo le ciliege e le asciughiamo per bene. Tenendole dal picciolo le immergiamo una ad una nella pastella e le buttiamo nell’olio bollente, lasciandole friggere fin quando abbiano assunto un bel colore dorato. Le facciamo scolare bene su della carta assorbente e poi le tuffiamo nello zucchero con la cannella.

lunedì, maggio 07, 2007

L’affare… del sale

In questi giorni, in occasione del “saltexpò” di Napoli, si è tanto parlato del sale e dei suoi impieghi. Ma mai come nel Medioevo il sale ha rivestito tanta importanza… ha provocato guerre per il monopolio della sua commercializzazione ed ha determinato lucrosi introiti agli Stati.
Il sale era, infatti, un prodotto indispensabile non solo per ragioni di carattere alimentare. Non serviva solo ad insaporire le pietanze, ma era l’agente quasi esclusivo per la conservazione di alimenti deperibili. Gli animali di allevamento come mucche, capre e maiali ne sono ghiotti e la loro dieta era regolarmente integrata dal sale. Aveva anche importanti impieghi nell’industria tessile, nei processi di produzione del cuoio e della pelle, della maiolica e delle vernici, nell’affinazione di metalli preziosi, come l’oro e l’argento.
La fabbricazione del sale passava attraverso due fasi: si creava la salamoia, per dissoluzione o evaporazione, e da questa il sale, attraverso evaporazione e concentrazione. L’acqua marina contiene diversi sali, che precipitano nel corso del processo di concentrazione, per questo nelle saline è necessario creare una serie di bacini successivi, al termine dei quali si raccoglie il cloruro di sodio, isolato dagli altri sali. Una salina, fin dal Medioevo, era composta da tre serie di bacini protetti da una diga: il primo, il “morario”, accoglieva l’acqua marina in seguito all’apertura della diga e serviva da vasca di decantazione per trasformare l’acqua in salamoia, che passava in seguito nei “corbuli”, ove continuava a riscaldarsi ed evaporare, infine veniva immessa sui cristallizzatori alla “testa” della salina, su cui si eliminavano i sali nocivi.
Il lavoro nelle saline era duro. Per tale ragione, soprattutto il trasporto a spalla dei panieri ricolmi si sale veniva ritmato da filastrocche, che servivano a fare la conta dei panieri che si erano trasportati…
O cu l’ai salarrera
primavera la venna dui sunno
e cu av’aisare tri chi nn’ave
cu l’ai salamattu cuntu quattro
oi salatinto
e me l’abbattiti e avemu cinco…
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Spigola marinata con sale affumicato
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Ingredienti: 1 spigola da 1 Kg circa, 600 ml di olio extravergine di oliva, 150 ml di succo di limone, pepe rosa, sale affumicato.
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Laviamo, puliamo e sfilettiamo la spigola. Battiamo l'olio, il limone, il sale ed il pepe. Versiamo la marinata sul pesce, in modo tale che ne sia ben coperto. Mettiamo in frigorifero per 6-8 ore. Possiamo servire i filetti su un'insalatina di finocchi e cipollina fresca, condita con un filo d'olio e qualche goccia di tabasco.

giovedì, aprile 26, 2007

I sette vizi capitali: Lussuria


Io venni in loco d'ogne luce muto,
che mugghia come fa mar per tempesta,
se da contrari venti è combattuto.
La bufera infernal, che mai non resta,
mena li spirti con la sua rapina;
voltando e percotendo li molesta.
Quando giungon davanti a la ruina,
quivi le strida, il compianto, il lamento;
bestemmian quivi la virtù divina.
Intesi ch'a così fatto tormento
enno dannati i peccator carnali,
che la ragion sommettono al talento.
E come li stornei ne portan l'ali
nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
così quel fiato li spiriti mali
di qua, di là, di giù, di sù li mena;
nulla speranza li conforta mai,
non che di posa, ma di minor pena.
E come i gru van cantando lor lai,
faccendo in aere di sé lunga riga,
così vid' io venir, traendo guai,
ombre portate da la detta briga;
per ch'i' dissi: «Maestro, chi son quelle
genti che l'aura nera sì gastiga?».
«La prima di color di cui novelle
tu vuo' saper», mi disse quelli allotta,
«fu imperadrice di molte favelle.
A vizio di lussuria fu sì rotta,
che libito fé licito in sua legge,
per tòrre il biasmo in che era condotta.
(Inf. V, 28-57)
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La lussuria intesa come vizio è un parto del Cristianesimo, in quanto genera turbamento nella volontà individuale, acceca la ragione e rende l’uomo incapace di controllare le proprie passioni. Per molte altre religioni, invece, la lussuria non rappresenta un male. Nella religione pagana classica era al contrario considerata un mezzo di contatto con il divino: nei Baccanali ad esempio i riti orgiastici rappresentavano il momento centrale del culto in onore di Bacco/Dioniso. Esisteva, inoltre, la prostituzione sacra, praticata dalle sacerdotesse di alcuni templi orientali. Ce ne parla, ad esempio, Erodoto (Storie: 1,199), quando ci informa su come venisse praticata a Babilonia: “È obbligo che ogni donna del paese, una volta durante la vita, postasi nel recinto sacro ad Afrodite, si unisca con uno straniero. …Per lo più il rito si svolge così: se ne stanno le donne sedute nel sacro recinto di Afrodite con una corona di corda intorno al capo: sono in gran numero, perché mentre alcune sopraggiungono altre se ne vanno; tra le donne si aprono dei passaggi, delimitati da corde e rivolti in tutte le direzioni, per i quali si aggirano i forestieri e fanno la loro scelta. Quando una donna si asside in quel posto, non torna più a casa se prima un qualche straniero, dopo averle gettato del denaro sulle ginocchia, non si sia a lei congiunto all'interno del tempio. Nell'atto di gettare il denaro, egli deve pronunciare questa frase: Invoco per te la dea Militta”.
Nell'induismo, poi, esiste una via iniziatica che si basa sulla lussuria, il Kama Sutra.
Nel Medioevo la lussuria era posta in stretta correlazione con il peccato di gola. Gli eccessi del cibo e la smodatezza del bere rendevano, infatti, fragile la vigilanza dei sensi, scioglievano i freni inibitori e conducevano ad atti sessuali disordinati. Gregorio Magno asseriva addirittura che la lussuria fosse causata da un’eccitazione degli organi genitali, provocata dalla pressione del ventre, gonfio a causa del troppo cibo. La medicina antica riteneva, infatti, che l’eccitazione fosse causata da un’eccessiva umidità nel corpo.
La lussuria non è a mio avviso propriamente un peccato, a meno che non ci si faccia travolgere dalle proprie pulsioni così tanto da perdere completamente il controllo di sé; quando cioè diviene follia, coinvolgendo persone non consenzienti. Direi, tuttavia, che oggigiorno non abbia ormai più senso… dovremmo altresì mandare tra le fiamme dell’Inferno gran parte della popolazione mondiale.
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A questo vizio ho pensato di associare la Pavola, un dolce che la Larousse Gastronomique ci dice essere stato concepito in seguito ad un concorso bandito da un giornale neozelandese, ma perfezionato dal pasticciere australiano Berth Sachse.
Se desiderate conoscere meglio la sua storia vi consiglio di leggere il post della piccola cuoca
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Pavlova
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Ingredienti per la meringa: 6 albumi, 180 gr di zucchero semolato, 180 gr di zucchero a velo.
Ingredienti per la composizione: 250 gr di panna fresca montata, 800 gr di fragole, 100 gr di zucchero.
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Montiamo gli albumi a neve aggiungendo un poco alla volta lo zucchero semolato. Quando la meringa sarà diventata soda, aggiungiamo lo zucchero a velo, girando piano piano con un cucchiaio dall’alto verso il basso, fin quando il composto risulti liscio. Preriscaldiamo il forno a 120°C. Rivestite una teglia di carta forno e disponeteci sopra la meringa dandole una forma rotonda di 23 cm di diametro (o se preferite potete farne tante del diametro di 6-7 cm) e 5 cm di altezza. Dal centro togliamo qualche cucchiaiata ed aggiungiamola alla parte periferica, in modo da creare al centro della meringa una depressione. Inforniamo per circa 1-1 e ½ ora. Quando è pronta lasciamola raffreddare. Puliamo e laviamo le fragole. Prendiamone la metà e passiamole nel mixer con i 100 gr di zucchero, rendendole una purea. Mettiamo la panna montata al centro della meringa, disponiamoci sopra le fragole che abbiamo lasciato intere e versiamoci su la purea. Questo dolce deve essere consumato subito, al massimo lo stesso giorno!

domenica, aprile 22, 2007

Tanti auguri Roma!


Secondo la tradizione Romolo voleva fondare la città sul Palatino, mentre Remo avrebbe voluto l’Aventino… sarebbe stato il Fato a decidere… “Siccome erano gemelli e il rispetto per la primogenitura non poteva funzionare come criterio elettivo, toccava agli dei che proteggevano quei luoghi indicare, attraverso gli auspici, chi avessero scelto per dare il nome alla nuova città e chi vi dovesse regnare dopo la fondazione. Così, per interpretare i segni augurali, Romolo scelse il Palatino e Remo l’Aventino. Il primo presagio, sei avvoltoi, si dice toccò a Remo. Dal momento che a Romolo ne erano apparsi il doppio quando ormai il presagio era stato annunciato, i rispettivi gruppi avevano proclamato re l’uno e l’altro contemporaneamente. Gli uni sostenevano di aver diritto al potere in base alla priorità nel tempo, gli altri in base al numero degli uccelli visti. Ne nacque una discussione e dal rabbioso scontro a parole si passò al sangue: Remo, colpito nella mischia, cadde a terra. E’ più nota la versione secondo la quale Remo, per prendere in giro il fratello, avrebbe scavalcato le mura appena erette e quindi Romolo, al colmo dell’ira, l’avrebbe ammazzato aggiungendo queste parole di sfida: "Cosi, d'ora in poi, possa morire chiunque osi scavalcare le mie mura". In questo modo Romolo s’impossessò da solo del potere e la città appena fondata prese il nome del suo fondatore.” (Livio, “Storia di Roma” I ,7)… Era il 21 aprile del 753 a.C. e da quel giorno sono passati 2760 anni!

Buon Compleanno, allora, mia adorata vecchia… ma sempre bellissima Signora!

venerdì, aprile 20, 2007

I sette vizi capitali: Gola


Qual è quel cane ch’abbaiando agogna,
e si racqueta poi che ’l pasto morde,
ché solo a divorarlo intende e pugna,
cotai si fecer quelle facce lorde
de lo demonio Cerbero, che ’ntrona
l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde.
Noi passavam su per l’ombre che adona
la greve pioggia, e ponavam le piante
sovra lor vanità che par persona.
Elle giacean per terra tutte quante,
fuor d’una ch’a seder si levò,
ratto ch’ella ci vide passarsi davante.
"O tu che se’ per questo ’nferno tratto",
mi disse, "riconoscimi, se sai:
tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto".
E io a lui: "L’angoscia che tu hai
forse ti tira fuor de la mia mente,
sì che non par ch’i’ ti vedessi mai.
Ma dimmi chi tu se’ che ’n sì dolente
loco se’ messo, e hai sì fatta pena,
che, s’altra è maggio, nulla è sì spiacente".
Ed elli a me: "La tua città, ch’è piena
d’invidia sì che già trabocca il sacco,
seco mi tenne in la vita serena.
Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:
per la dannosa colpa de la gola,
come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.
E io anima trista non son sola,
ché tutte queste a simil pena stanno
per simil colpa". E più non fé parola.
(Inf., VI, 28-57)
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Anche in questo caso un vizio di cui molti uomini si macchiano… anche in questo caso i primi golosi della storia furono Adamo ed Eva… rei di non aver saputo resistere ad una mela! Da sempre simbolo di corruzione morale, da cui scaturirono tutti i mali. Ritengo che sia un male del progresso e dell’abbondanza. Siamo sempre più ossessionati dal cibo… e dalle diete. L’obesità infantile è diventata ormai un problema sociale!
S. Agostino disse: “Sebbene io mangi e beva per la mia salute, vi si aggiunge come ombra una soddisfazione pericolosa, che il più delle volte cerca di precedere, in modo da farmi compiere per essa ciò che dico e voglio fare per salute. La misura non è la stessa nei due casi: quanto basta per la salute è poco per il piacere, e spesso non si distingue se è la cura indispensabile del corpo, che ancora chiede un soccorso, o la soddisfazione ingannevole della gola, che, sotto, richiede un servizio” (Le confessioni, 44). Il mondo occidentale ha superato da tempo “la misura”, trasformando il vizio in malattia… in disagio sociale e mentale.
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Biscotto caramellato con crema alla lavanda
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Ingredienti per il biscotto: 120 gr di burro, 180 gr di crema di latte, 180 gr di zucchero, 1 cucchiaio di succo di limone, 120 gr di farina, fiori di lavanda senza stelo.

Ingredienti per la crema: 750 gr di crema di latte, 150 gr di zucchero, 9 tuorli, 15 rametti di lavanda, 150 gr di panna montata, 10 gr di gelatina in fogli.
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Ponete sul fuoco una pentola con il burro, la crema di latte, lo zucchero ed il succo di limone. Appena inizia a bollire aggiungete farina e lavanda. Mescolate fino ad ottenere un composto omogeneo. Imburrate ed infarinate una teglia e stendeteci sopra delle cucchiaiate di pastella a formare dei rettangoli di 6 cm di lato. Mettete in forno preriscaldato a 180°C per 10-12 minuti. Lasciateli raffreddare e scollateli delicatamente con una spatola.
In una pentola battete i tuorli con lo zucchero ed aggiungete la crema di latte. Mettete sul fuoco ed unite i rametti di lavanda, che avrete legato in un mazzetto con del filo. Mescolate fin quando raggiunga la temperatura di 85°C, poi togliete dal fuoco. Aggiungete la gelatina, che avrete fatto precedentemente ammorbidire in acqua fredda, e mescolate fino a farla sciogliere bene. Lasciate raffreddare un po’ (non che si coaguli) ed unite la panna montata. Versate in una teglia rettangolare e ponete in frigorifero per qualche ora. Tagliate la crema in quadrati e servite ognuno tra due biscotti.

sabato, aprile 07, 2007

Χριστός Ανέστη! …Αληθώς Ανέστη!


In tutto il mondo, ormai, l’uovo è il simbolo della Pasqua.
A differenza di molte lingue europee che derivano la parola “Pasqua” dall’ebraico Pasach, le lingue germaniche usano, come quella inglese, la parola Easter, che deriva dal nome Eastre o Ostara, una dea anglosassone associata a vari aspetti connessi con il rinnovarsi della vita come la primavera, la fertilità e la lepre (per la velocità con cui prolifica). Secondo alcune leggende la dea avrebbe trasformato in lepre un uccellino morente di gelo, salvandogli la vita, e le lepre l’avrebbe ricompensata deponendo per lei delle uova dai magici colori scintillanti. Per tale motivo, Ostara è simboleggiata dall'uovo, che contiene in sé il principio della vita ed il bipolarismo maschile-femminile del divino. Da sempre, così, le uova sono il simbolo della vita che nasce, ma anche del mistero, quasi della sacralità.
Per i Greci il caos originario si metamorfizzò in Uccello e depose l’Uovo del mondo, embrione o germe della vita. L’uovo, quindi, oltre a simbolizzare il principio della vita originaria, simbolizza anche la rinascita dopo la morte. Tale concetto del resto è antichissimo… gli Egiziani facevano pronunciare al morto una formula (“Io sono l’uovo che era nel ventre della grande Oca”) con evidenti riferimenti alla trinità dell’uovo di Osiride: guscio, tuorlo, albume… ovvero nascita, morte e resurrezione.
I Babilonesi festeggiavano l’arrivo del nuovo anno scambiandosi delle uova. Anche in Persia come in Cina uova colorate di rosso erano il regalo per il nuovo anno.
Con l'avvento del Cristianesimo, l’uovo si è legato all’immagine della rinascita, non solo della natura, ma dell'uomo stesso… e di Cristo. L’usanza di scambiarsi uova tra i primi cristiani sembra sia legata ad una leggenda su Maria. Si narra che la Madonna facesse giocare Gesù Bambino con delle uova colorate e che il giorno di Pasqua, tornata sul sepolcro del Figlio, vi trovasse alcune uova rosse sul ciglio. Si racconta, anche, che Maria Maddalena si presentasse all'imperatore Tiberio per regalargli un uovo dal guscio rosso, testimonianza della Resurrezione di Gesù. Ancora oggi una delle tradizioni più sentite della chiesa Ortodossa è quella di offrire uova sode dipinte di rosso durante la Pasqua… ognuno tocca con la punta dell’uovo che tiene in mano, quella del vicino, dicendo: “Cristo è risorto!” (Χριστός Ανέστη) e l’altro risponde “Veramente è risorto!” (Αληθώς Ανέστη). L’uovo rotto diviene il sepolcro che si apre, a concreta testimonianza della resurrezione di Cristo.
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Vorrei augurarvi una Buona Pasqua offrendovi il tipico dolce pasquale che su nessuna tavola greca può mancare, lo Tsoureki… con le immancabili uova rosse.
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Tsoureki
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Ingredienti: 70 gr di burro, 100 gr di latte fresco, 160 gr di zucchero, 3 uova, 5 gr di machlepi, 5 gr di masticha pestata, 100 gr di acqua tiepida, 40 gr di lievito di birra, 600 gr di farina di grano duro, 1 uovo per spennellare e delle mandorle a fettine per guarnire.
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In una pentola scaldiamo il burro, il latte, lo zucchero, il machlepi e la masticha. Fate attenzione che non superi i 50°C. Togliamo dal fuoco ed aggiungiamo le uova. Giriamo ed amalgamiamo bene. In una ciotola facciamo sciogliere il lievito nell’acqua tiepida ed aggiungiamolo alla miscela di uova e burro. Infine aggiungiamo la farina ed impastiamo bene, fin quando l’impasto si stacchi bene dalle mani. Formiamo una palla. Incidiamo sulla superficie una croce. Copriamola con uno strofinaccio e lasciamola lievitare per tre ore in un luogo caldo, in modo che raddoppi il suo volume. Rimpastiamo leggermente e dividiamo l’impasto in tre parti uguali. Lavoriamo l’impasto con un po’ di farina, in modo che non si attacchi, e formiamo dei bastoncini. Possiamo arrotolare i bastoncini e formare delle girelle, oppure intrecciarli e formare una treccia. Ungiamo con dell’olio la placca del forno e disponiamo le girelle o la treccia. Lasciamo lievitare per almeno un’altra ora in un luogo caldo. Spennelliamo la superficie dello tsoureki con dell’uovo che avremo precedentemente battuto con un po’ di olio, cospargiamolo con le mandorle a fette. Mettiamo in forno precedentemente riscaldato a 180°C e facciamo cuocere per circa un’ora, fin quando lo tsoureki abbia un bel colore dorato.
Potete decorarlo, prima di metterlo in forno, con delle uova rosse.