giovedì, giugno 28, 2007

Dal fico al fegato

La bellezza lussureggiante di un fico maturo e morbido, pronto a cadere dal ramo dell’albero, è un’immagine simbolo del paesaggio dell’estate mediterranea.
Il fico è un frutto di altissimo valore nutrizionale e pieno di simbologia. Il lattificcio bianco che fuoriesce piano piano, dopo il distacco del frutto dall’albero, simboleggia lo sperma maschile ed anche il latte materno. I suoi semini simboleggiano la fertilità, la bontà, l’unità e la sapienza.
Sotto un albero di fico la lupa nutrì Romolo e Remo e sui rami sempre del fico Giuda, dopo aver tradito Cristo, si impiccò.
Il fegato, uno dei più importanti organi umani, veniva considerato fin dall’antichità la sede del coraggio, della collera e della paura. La parola “lefkipatias” (colui che ha il fegato bianco) significa codardo, colui cioè che non ha sangue nelle vene. L’associazione del fegato con il coraggio e con la collera si ha anche in altre lingue: in italiano ed in spagnolo si dice rispettivamente “avere fegato” e “tenere higado”. Similmente i francesi utilizzano la frase “avoir les foies blancs” (avere il fegato bianco) e gli inglesi “lily-livered” per definire il vigliacco. Inoltre, essendo sede della collera, ogni qual volta che qualcuno “bolle” nella sua collera in italiano si dice “si mangia il fegato”, mentre in spagnolo “moler los higados”.
Le parole fegato, higado, foie derivano dal greco, attraverso il latino. La parola “sikoti” (fegato in greco), però, da dove origina? Da “siko” (fico) è la risposta, anche se il percorso è lungo e tortuoso. Il fico ha avuto un ruolo cardine nell’alimentazione dei greci antichi. Essi nutrivano certi animali (per lo più oche e maiali) quasi esclusivamente con i fichi, per far si che il loro fegato acquisisse un sapore eccellente. Questa vivanda, qualcosa di simile al foie gras, era chiamato “sikoton ipar” (fegato ficato). Con il tempo, la parola è decaduta ed è rimasto l’aggettivo, sikoton (ficato), che è rimasto a descrivere quel fegato specifico, ma anche il fegato in generale. I romani presero dai greci il “sikoton ipar” e tradussero alla lettera chiamandolo “iecur fegatum” e anche qui restò solo l’aggettivo, che designa sino ad oggi quest’organo.
Ci sono tante espressioni metaforiche che hanno come protagonista il fico. Per ciò che non vale niente e che non interessa, in italiano si dice “non vale un fico secco”, mentre in spagnolo “no dar un higo”. Invece, per ciò che non è brutto, ne buono in francese si dice “mi-figue mi-raisin”.
Potrei continuare a lungo descrivendo altri aneddoti glossologici di questi frutti ermafroditi (racchiudono in sé stessi sia la parte maschile, che quella femminile), ma mi fermo qui proponendovi la ricetta che segue, stimolata dalla proposta di FrancescaV.
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Gelato di ricotta di capra con fichi e mandorle caramellate
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Ingredienti per il gelato: 85 gr di ricotta di capra, 30 gr di zucchero, 2 tuorli d’uovo, 250 ml di latte, una presa di sale.

Ingredienti per i fichi: 130 ml di vin santo, 240 ml di vino bianco moscato, 1 cucchiaio di miele, 12 fichi, ½ baccello di vaniglia.

Ingredienti per le mandorle caramellate: 2 cucchiai di acqua, 4 cucchiai di zucchero, 60 gr di mandorle bianche pelate.

Battete i tuorli con lo zucchero, fino ad ottenere una crema. Fate scaldare il latte e versatelo un poco per volta nella crema, mescolando continuamente con una frusta. Mettete il tutto in una casseruola, ponete su fornello a fiamma bassa e continuando sempre a mescolare, aggiungetevi la ricotta. Mescolate fin quando la crema si addensi. Passatela al setaccio, ponetela in un recipiente metallico che coprirete con della pellicola. Raffreddate la crema, ponendo il recipiente in una bacinella con del ghiaccio, e poi mettetela nella gelatiera. In una casseruola versate il vin santo, il vino bianco, il miele ed il baccello di vaniglia. Fate ridurre di un quarto. Togliete da fuoco e lasciate raffreddare. In una padella, su fiamma bassa, fate sciogliere lo zucchero con l’acqua, aggiungete le mandorle, e mescolate con una spatola fino a che si caramellino. Ungete una placca o meglio ancora una tavola di marmo e versateci le mandorle, allargatele bene cercando di dividerle e lasciate raffreddare. Dividete i fichi ognuno in quattro parti. Disponeteli su un piattino e versateci su un cucchiaino di riduzione di vino. Disponete al centro una pallina di gelato e guarnite con le mandorle caramellate.

8 commenti:

Anonimo ha detto...

...λατρεύω το παγωτό!!!!!και τα σύκα!!!!
Πιο πολύ όμως ΛΑΤΡΕΥΩ ΕΣΕΝΑ.
Πολλά φιλιά!!!!

voula ha detto...

ο/η αnonimo ειπε είμαι εγώ!!!!!

Anonimo ha detto...

Η οργιώδης ομορφιά ενός αφράτου και ώριμου σύκου, έτοιμου να πέσει από το κλαρί του δέντρου, είναι σήμα κατατεθέν του ελληνικού καλοκαιριού....

Dimitrios

Fabrizio ha detto...

Figo il fico, eh?
anche io gli avevo dedicato un'ode...

qua:

http://monolocaleincentro.blogspot.com/2007/06/fegato.html

quella sera Mara ha risvegliato curiosità in più di uno....

F

Kja ha detto...

Della tua interessante premessa sul fico mi ha particolarmente colpito l'aspetto del fegato degli animali nutriti esclusivamente di fichi. Credi che sussista una relazione con il fatto che un accostamento classico e` composto proprio da fichi, secchi, e foie gras? O dipende solo da caratteristiche organolettiche dei due alimenti?
Ciao.

orizzontidelgusto ha detto...

@Voulaaaaa,
quando vieni a Roma, questo dolce ti darà il benvenuto!

@Dimitrios,
isole dell'Egeo, sole, motorino, cartina e le varie fermate per strada ad assaggiare i fichi nei
posti più estremi di ogni isola!!

@Fabrizio,
bella la tua ode...
FICATUM lo IECUR!

@Kja,
gli Egizi hanno inventano l’arte dell’ingrasso degli animali. La conferma arriva dalla scoperta di un sepolcro della V° dinastia, ove sono rappresentate delle oche che avanzano in stretti gruppi. Una scena vede dei servitori accovacciati mentre preparano delle palline di pasta. Queste, nella scena successiva, sono utilizzate per rimpinzare un gruppo di oche e di anatre. La tecnica dell’ingrasso attraversa i secoli, e con l’Esodo degli ebrei, questa specificità fu portata nella terra promessa. Per la dispersione del popolo di Israele, l’arte d’ingrassare oche ed anatre migrò verso l’Europa. Molti testi affermano che i Romani incontrarono il foie gras in Grecia. Fu proprio dalla terra ellenica che Metello Scipione e a M. Seio importarono il piacere e la tecnica d'ingrassare gli animali. Nacque da lì la scintilla creatrice del "FICATUM", il foie gras romano, così chiamato per i fichi utilizzati nel preparare la pasta dell’ingrasso. (Da Taccuini Storici, www.taccuinistorici.it/).
Inoltre era d'uso schiacciare il fegato grasso e aggiungere dei pezzetini di fichi secchi prima di servirlo. Credo che questa usanza si sia tramandata fino ad oggi.

Francesca ha detto...

conscevo l'antichità dell'uso dei fichi per far ingrassare il fegato degli aniamli, e ritrovarla qui da te mi ha fatto piacere. Come questa ricetta così eleganete che ho inserito da me. Grazie e ciao!

Karl Fuchs ha detto...

mi piace molto il tuo modo di scrivere e di raccontare con garbo ed eleganza la cucina e "sapere" degli alimenti,complimenti!
Fai conoscere di più la cucina greca, credo che meriti maggiore attenzione, mi permettero di mettere un link al mio blog verso il tuo se tu sei d'accordo...
io sono molto più modesto
www.papillevagabonde.blogspot.com